fbpx
Cerca
Close this search box.
Santa Dinfna

Santa Dinfna e l’iconografia della follia

“Pronto…si, sono già arrivato. L’aspetto qua davanti alla chiesa”.

Fuori c’è una bellissima giornata, fresca. Chiudo gli occhi e mi faccio accarezzare dall’aria mattutina.
Sono ad Arezzo, precisamente dentro l’area dell’ex ospedale psichiatrico, sto aspettando Don Alvaro per entrare nella chiesa del manicomio.

Poggio il cavalletto e mi guardo intorno circondato dal silenzio. Il silenzio tipico di uno spazio manicomiale.

Se parliamo del parco del Pionta a un abitante di Arezzo, la sua mente sarà diretta inevitabilmente verso il manicomio, come se quell’architettura e l’istituzione psichiatrica avessero plasmato il modo di vedere il territorià.

Come se i luoghi che hanno ospitato un manicomio non potessero più essere neppure ricordati come erano prima dell’avvento di quella struttura.
Alterazione permanente della realtà. Alterazione permanente dei ricordi.

Conosciuto anche come la “via dei tetti rossi”, il complesso dell’ex ospedale psichiatrico aretino custodisce frammenti significativi della memoria legata alla storia della salute mentale. Dal’importante contributo di Agostino Pirella alla toccante testimonianza di Adalgisa Conti, successivamente trasformata in un libro, fino all’eccezionale archivio delle voci dei reclusi di Annamaria Bruzzone.

Ma non è tutto, c’è un altro elemento di rilevanza storica possiamo aggiungere a questa lista ed è custodito proprio nella chiesa che sto aspettando di visitare: una rara raffigurazione Santa Dinfna, la santa dei folli.

Durante una mia visita agli archivi, sono stato accompagnato nella biblioteca dove mi sono state presentate delle cartoline realizzate per il manicomio. In una di queste, ho trovato la rappresentazione della Santa.

Cartolina Santa Dinfna
Cartoline del manicomio di Arezzo

Ricordo di essere rimasto incredulo: stavo stringendo fra le mie mani delle cartoline che raffiguravano una figura che mi aveva letteralmente conquistato per la meraviglia della sua storia ed era a un passo da dove mi stavo trovando.

Ricordo che la cartolina utilizzava una variante nel nome con la lettera “m” al posto della “n”, variante che insieme a “Dymphna” costituisce la principale traslitterazione del suo nome.

Probabilmente l’unica raffigurazione in Italia della Santa, che ha dato vita all’inserimento eterofamiliare, era a pochi metri da me chiusa in una piccola chiesa.

La devo vedere” pensai. “La devo vedere assolutamente, chi posso contattare per farmi accompagnare?
E da lì una serie di telefonate e mail. E infine il viaggio.

Ho scritto di Santa Dinfna e del miracolo di Geel nel post La Santa dei Folli, ma qua di seguito ti scrivo un rapidissimo e formale riassunto

La storia di Dinfna è una storia di martirio nel VII secolo: nata in Irlanda da un padre monarca celtico e da una madre cristiana, fu battezzata segretamente in giovane età da Gerberno, il prete locale. Rimasta orfana di madre, il padre identificò nella figlia i tratti della defunta moglie, e cercò di sposarla. Dinfna fuggì in Belgio, a Geel, con l’aiuto di Gerberno che la accompagna nella fuga. Tuttavia, il padre li raggiunse e, di fronte all’ennesimo rifiuto al matrimonio da parte della figlia, decapitò entrambi.

La storia di Santa Dinfna è stata tramandata oralmente fino al 1247, quando fu trascritta nel “Vita Sancta Dimpnae” da Petrus van Kamerijk, canonico del capitolo di Saint-Aubert (Cambrai, Francia settentrionale). La storia acquisì un tratto straordinario quando si diffuse la credenza che alcuni malati mentali passando sotto le spoglie della defunta santa guarirono dalla follia.

Ciò diede origine a un pellegrinaggio di “folli” provenienti dai paesi vicini in cerca di guarigione a Geel, una pratica che portò alla creazione della prima comunità terapeutica aperta d’Europa in epoca pre-manicomiale. A oggi, l’inserimento etero-familiare è un fenomeno strettamente legato a Geel e al miracolo di Santa Dinfna, rendendo la Santa una figura chiave nel contesto della salute mentale.

La commemorazione di Santa Dinfna avviene il 30 maggio.

La prima volta che mi sono trovato di fronte alla raffigurazione di Dinfna era all’interno di un testo sul manicomio di Racconigi, dove alcuni medici studiavano con interesse dell’esperienza di Geel.

E ricordo che pensai subito di voler approfondire l’argomento perché questa storia ha tutti gli elementi che la rendono straordinaria: c’è il mostro del manicomio, l’impatto sociale sul territorio e il rapporto dell’uomo con la fede, elementi apparentemente distanti ma che si combinano perfettamente.

“Buongiorno, sei Giacomo?”

“Buongiorno padre, si, sono io”

Ci diamo la mano, guardandoci negli occhi cullati dal silenzio circostante.

Prendo il cavalletto e mi avvicino all’ingresso della chiesa, un rapido giro di chiave e la porta si apre.

Varco l’ingresso ed entro in uno spazio dove il silenzio prende una forma ancora più decisa, come se il silenzio circostante fosse decisamente più rumoroso in confronto a quello della chiesa.
E fra la polvere e le panche alzo lo sguardo in cerca dell’unica fonte di luce e la vedo.

Proprio di fronte a me, dietro l’abside: la vetrata che illumina la Chiesa è quella dove è raffigurata Santa Dinfna.

Santa Dinfna

Mi fermo e prendo la macchina per scattare.
Le mani non tremano, mi sento al sicuro, protetto, di fronte a qualcosa decisamente più grande di me.
Mi avvicino portandomi dietro l’altare, esattamente sotto di lei, e continuo a scattare per prendere tutti i particolari utilizzati nella sua rappresentazione iconografica:

Il libro e il manto

La presenza di un libro è un dettaglio usato nella raffigurazione dei Santi, in questo caso lei, al centro della vetrata, ne stringe in mano uno con la scritta “FIDES“, “fede” in latino.

Altro dettaglio: Dinfna viene spesso raffigurata con un manto rosso, in questa vetrata il manto è sorretto da una schiera di angeli alle sue spalle.


Gli angeli

In alto a destra vediamo un angelo che brandisce una spada, richiamo all’arma con cui è stata decapitata secondo la leggenda, e dall’latra parte uno che tiene in mano la Palma del Martirio.


Il diavolo

L’ultimo elemento che caratterizza la raffigurazione di Dinfna è il diavolo in catene ai suoi piedi. Il diavolo visto come simbolo di uno stadio di alterazione corpo-mente che trasforma il comportamento dell’individuo rendendolo altro da sé, metafora di uno stato psicotico, di un’alterazione comportamentale che trasforma le nostre azioni e il nostro comportamento. Ma che lei però riesce a gestire, a contenere con le catene; Dinfna infatti è considerata patrona dei posseduti e dei malati psichici.

Il diavolo in catene

Il diavolo in catene, contenuto dalla ragione e dalla fede. La fede, come riporta il libro della Santa.

“Ho finito padre, la ringrazio per il suo tempo, è stato prezioso”.

Rimango ancora in silenzio a guardare questa meravigliosa vetrata, opera di Ascanio Pasquini, artista e maestro vetraio toscano, realizzata nel 1957 a Firenze. Silenzio e quiete. Equilibrio.

Esco, saluto Don Alvaro e lentamente mi incammino verso la stazione per tornare a casa.

Lentamente. Molto lentamente. Mi fermo e mi volto a guardare nuovamente la chiesa, pensando di avere più domande che risposte:

Quali emozioni avrà vissuto Pasquini mentre componeva questa immagine sacra?

Adalgisa Conti ha passato 70 anni in manicomio, molti di questi in silenzio, rassegnata a una vita fra gli ultimi, rea di non aver sedato le sua pulsioni in un periodo storico pesantemente dominato dal genere maschile.
Adalgisa sarà mai entrata in chiesa? E cosa avrà chiesto alla Santa nel silenzio del suo silenzio?

Quanti pazienti vittime di contenzione hanno visto nelle catene dell’uomo la sofferenza e l’istituzione totale e quanti avranno visto la speranza in quelle che tenevano a bada il diavolo? Quanti di loro hanno visto in quello strumento la gestione o il controllo?

Quante lacrime avrà visto Santa Dinfna intrise dal dolore dell’esclusione? E quante richieste avrà ascoltato? Quanti occhi avranno guardato quella vetrata in cerca di una risposta?

L’impatto che la Santa ha avuto sui pazienti è lo stesso che ha avuto sui medici o i sacerdoti?

Non credo di avrò mai una risposta a queste domande ma me ne torno a casa con una consapevolezza: i simboli sono necessari per tenere in vita le storie a facilitarne la divulgazione. Se Marco Cavallo è il simbolo del superamento del manicomio, Dinfna lo è per averci insegnato che un’alternativa è possibile.

L’esperienza di Geel non ha esaudito il miracolo che tutti si aspettavano, cioè che tutti “guarissero” dalla follia, ma ha realizzato ciò che era necessario: dimostrare che la convivenza con un “folle” era possibile, nonostante tutto e indipendentemente da tutto.

Questa è una storia di fede, di convivenza, una storia di pazienza e di coraggio, elementi semplici che ognuno di noi ha dentro di sé, proprio come la condizione della follia in una famosa riflessione di Franco Basaglia: La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione.

In ognuno di noi esiste quindi quel diavolo viola rappresentato da Pasquini: Il superamento dell’istituzione ci ha mostrato che quelle catene possiamo metterle da parte; al contrario, tutte le volte che creiamo un confine dove esiste “un noi e un loro” le riprendiamo in mano per mettere in pratica il criterio manicomiale.

Ma la Santa è lì a ricordarci che si può fare.

Nonostante tutto e indipendentemente da tutto si può fare il miracolo di cui abbiamo bisogno.

Si può fare e lo si deve fare ancora.

Condividi questo post

Facebook
Twitter
LinkedIn
WhatsApp

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.