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Manicomio Leonardo Bianchi

Testimonianze Manicomiali: Wanda da Napoli

Non ho mai visitato il manicomio Leonardo Bianchi di Napoli e, viste le precarie condizioni strutturali, non penso ci riuscirò mai.
Ma questo non impedisce di raccontare un luogo: quello che non sono riuscito a prendere con le fotografie viene restituito alla memoria attraverso la testimonianza di chi ha vissuto quel luogo.

Parole che creano scene, immagini di un mondo apparentemente distante.
Ho incontrato Wanda sulla rete e si è dimostrata disponibile da subito ad offrire un contributo alla narrazione della salute mentale.
Non voglio anticiparti niente, voglio che si presenti con le sue parole:

Mi chiamo Wanda Pane, sono nata il 3 agosto del 1934, a Napoli dove ho sempre vissuto.
Sono di famiglia borghese che mi ha permesso, nonostante i difficili anni della guerra e del dopoguerra, di completare i miei studi universitari e di seguire i mei vari interessi.
Nel 1956 mi sono sposata e dal matrimonio sono nate due figlie: GABRIELLA, nata nel 1958, e STEFANIA, nata nel 1964, che già dai primi mesi di vita mostrò problemi neurologici.
L’essere madre di una bambina con problemi, con solo una vaga diagnosi ha condizionato tutta la mia vita.
Seguii tutti i percorsi canonici: neurologo, luminare di cattedra universitaria, istituto CARLO BESTA e ricovero in osservazione. Andai perfino in Svizzera…epilessia, ritardo e niente di preciso.
STEFANIA aveva circa sei anni, sviluppava con ritardo molte capacità inspiegabili, contemporaneamente negli incontri con medici, psicologi, su di me si abbattevano una serie di stereotipi quali madre ansiosa, isterica, frustrata, e io certamente non lo ero.
Si rendeva necessario che acquisissi un ruolo e una formazione connotata da una forte valenza psicologica formale.
Per cui alla tenera età di 38 anni mi iscrissi di nuovo all’università per laurearmi.
Scartai medicina troppo lunga, anche psicologia in quel tempo era solo a Roma e che mi avrebbe costretta allo studio solo sui libri ed esami, tenendomi lontana da casa.
Scelsi sociologia privilegiando di presenza corsi, tirocinio in reparto ed esami di neuropsichiatria psicologia e psichiatria.
Ritengo che fu una scelta felice.

Lei è Wanda e questa è la sua testimonianza.

1. Perché hai scelto di lavorare in manicomio?
In realtà io non scelsi di lavorare in manicomio, furono le circostanze:
In vista di un concorso occorreva fare del volontariato in una sede adatta, feci richiesta per un centro che si occupava di handicap, tale era stata la mia tesi di laurea e la mia esperienza di vita.
La mia richiesta fu ignorata al lungo.
Improvvisamente con lettera raccomandata fui invitata a presentarmi all’OSPEDALE LEONARDO BIANCHI il 3 di novembre 1980.
Non sapevo neanche in quale quartiere fosse, e di mezzo c’erano le festività dei morti.

Il 3 novembre indossai la mia giacca portafortuna di seta indiana, ero da buona napoletana molto superstiziosa, credevo nei poteri taumaturgici di quella giacca che avevo indossato ad ogni esame, anche in pieno inverno, alla seduta di laurea, ad ogni occasione di una certa importanza, presi la pianta stradale della città e al volante della mia 126 azzurra mi avviai.

Volendo approfondire la storia dell’O.P.P. LEONARDO BIANCHI, vi rimando alle notizie oggi aggiornate su wikipedia.

Mentre ciò di cui scrivo è il ricordo del mio vissuto di allora.

Si accede all’ospedale da via CALATA CAPODICHINO, un cancello, un arco e le lunghe rampe in salita dove parcheggiare le auto, spesso vi passeggiano i pazienti che continuamente chiedono soldi e sigarette.
Dopo un primo giardino, l’androne con i residui posti di guardia, e la vecchia accettazione.
Da qui nel complesso centrale, il grande atrio di rappresentanza, con il grande scalone, al centro troneggia busto di LEONARDO BIANCHI e le scale si dividono in due.
Quel primo giorno, sulla scala di destra, la più frequentata che porta alla direzione c’era una grande strisciata con le cinque dita che decorava il muro: CACCA . Qualcuno avrebbe detto che porta fortuna.
Al primo piano larghi corridoi pavimentati di rosso conducevano a sinistra alle stanze della direzione e a destra alla biblioteca, sotto i grandi finestroni ad arco, in un freddo gelido nonostante i termosifoni ai quali si abbarbicavano i pazienti, medici e psicologi chiacchieravano a gruppetti.

La struttura del manicomio mi ha dal primo giorno affascinato.

Quella architettura era funzionale ad una gestione tradizionale della malattia mentale, e contemporaneamente ne soffriva il degrado.
I padiglioni, i lunghi portici che li univano e insieme li escludevano, i cortili dove gli infermieri coltivavano fiori, pomodori o lasciavano crescere ortiche insieme ad alberi centenari e rari.
Le mura, quelle mura spesse di tufo napoletano, intonacate, graffiate, decorate di disegni per lo più osceni, di scritte apparentemente senza senso, o con un significato noto solo ad alcuni.
Le officine, la stamperia, le terrazze, il luogo alto sulla città, che la dominava e la escludeva, creando la “Cittadella di Capodimonte”, cittadella dei matti, in un luogo un tempo ritenuto salubre lontano dai miasmi delle zone paludose, ma ora assediato dalle nuova espansione della metropoli.
L’odore misto di creolina, di calce e di urina, impossibile da dimenticare, mi è rimasto nell’anima.
Gli odori sollecitando una parte antica del nostro cervello e suscitano emozioni incancellabili.

Mentre iniziavo a conoscere, ad orientarmi, pochi giorni più tardi (23 novembre 1980) il terremoto. Un vero sconquasso per tutti.

2. Che idea avevano le persone del manicomio quando hai iniziato la tua carriera lavorativa?
Pur avendo avuto conoscenti e parenti affetti da gravi disturbi psichiatrici vivevo in un ambiente che nascondeva i rapporti col manicomio.
Si preferivano cliniche private di illustri cattedratici e luminari, trattamenti di elettroshock, terapie del sonno e shock insulinici, alternati ad assistenza domestica con infermieri-badanti, isolando il paziente dal contesto familiare.
Il manicomio appariva, riservato a fasce svantaggiatissime socialmente ed economicamente, a internamenti coattivi, specie per le donne.
In quegli anni venivano confuse malattie neurologiche, insufficienze mentali, con altre tipicamente psichiatriche schizofrenie, depressioni. Avevo assistito nel mio tirocinio in psichiatria alla depressione post partum, altre conoscevo slatentizzatesi dopo traumi di guerra, o di origine sessuale.
La confusione nell’immaginario comune sembra ancora oggi perdurare in certe fasce di popolazione.
Essendo laureata in sociologia, in famiglia o gli amici si domandavano cosa mai potessi io fare in quel luogo, non riuscendo a fare comprendere loro, mi inventai una filastrocca: Allora io prendo i pazzi, li metto in fila per 1 , e li conto, poi li imbroglio; li metto in fila per 2 li conto e poi li imbroglio; li metto in fila per 3 li conto e poi li imbroglio; li metto in fila per 4…… per 5…… per 6……. fino a quando non capivano che era una presa in giro mandavano a quel paese me o io mandavo loro.

3. Cosa hai imparato dalla tua esperienza così a stretto contatto con la disabilità mentale?
Al mio ingresso, completamente sprovveduta fui adottata da alcuni giovani colleghi che, non vedendo in me un ostacolo, mi guidarono in quel complesso mondo, moderando i mei comportamenti, la mia irruenza .
Dovevo apprendere modi di relazionarsi con luoghi-mondi a me fin allora estranei.
Leggere e decodificare comportamenti di professionisti che fin allora avevo visto da un altra prospettiva, valutarne la comunicazione, osservarne gli approcci, l’impatto delle strutture sulle varie personalità.
Nella “Cittadella sulla collina di Capodichino”, ritrovai un mondo simile a quello esterno, giochi di potere , di ruoli, tutto era li riprodotto tra i pazienti stessi, sia tra medici ed infermieri e tra i volontari, io l’ultima ruota del carro.
Confrontarsi per la prima volta con le figure professionali che quel mondo lo vivevano.
Cresceva giorno per giorno anche col confronto dei colleghi sociologi la consapevolezza che stavamo imparando a vivere come persone e fare il nostro mestiere.
Cosa che non fu poi tanto facile successivamente, quando dopo infinite lotte burocratiche, fui assegnata definitiva al territorio, ovviamente il peggiore, il più lontano, quello che ancora oggi a 40 anni di distanza è il peggior distretto della Campania.
Esplorai lentamente nuovi modi di vivere, di adattarsi, di soffrire e superare le sofferenze creando legami insoliti, coi muri, coi lunghi chiostri, con gli spazi verdi, mi furono risparmiate la camerate più fatiscenti
La divisione dove ero stata assegnata era una delle peggiori, per come era condotta dalla indifferenza del primario che appariva verso le 13 dopo aver curato i suoi affari nella famosa clinica privata.
Reparto maschile, i pazienti ricoverati da anni, età media, non gravi seguiti più dagli infermieri, e dagli assistenti anche di prima nomina, provenienti da altre specializzazioni che dal titolare primario.
Dovetti superare un certo disagio in un reparto maschile, per l’abitudine di masturbarsi e di mostrarsi.

Sembravano al mio occhio mediamente compensati, certo quel che succedeva nei momenti critici sfuggiva ai miei occhi pur avendone contezza. Riflettere, riflettere su mondi diversi e approcci diversi.

Scoprire che nonostante tutto io li ci stavo bene, un insospettabile livello di empatia con alcuni pazienti, di cui avendo letto nel lungo periodo di ostracismo le loro cartelle, comprendevo la loro storia come si era andata delineando, come storie di abbandono e disagio familiare li avevano condotti in quel luogo.
Vivevano come persone sofferenti, costrette, la loro vita gestita da altri, tra farmaci, crisi e periodi di ripresa, il tutto in funzione di una cartella clinica, scritta e riscritta nel tempo, come racconterò più avanti.
Sentivo che quelle persone vivessero in un altro pianeta circondati da una bolla protettiva, e anche noi vivessimo in un’altra bolla, le rispettive bolle si sfioravano avendo delle interazioni particolari, assecondando i rapporti non come fossimo abitanti di un diverso pianeta-bolla, ma con comprensione ed empatia, riconoscendo nella loro bolla una vita speciale, da non turbare con gesti, azioni e parole improvvise fuori di senso, senza rompere la immaginaria bolla di protezione che dava a quelle persone.

4. Come ha influenzato il tuo modo di vivere il quotidiano?
Come ho detto per 4 anni la mia presenza al BIANCHI era volontaria, ma propedeutica al concorso in atto che mi avrebbe garantito un lavoro stabile, nel campo specifico della salute mentale.
Sul versante pratico era essenziale produrre pubblicazioni e titoli.
Frequentai il manicomio dall’80 all’84 quando espletato finalmente il bando della regione Campania per la salute mentale fui insieme ai colleghi sociologi, psicologi e medici destinati al territorio.
In quanto volontariato l’obbligo di presenza era abbastanza elastico, per la vicinanza dell’ospedale riuscivo a gestire casa famiglia e figlie abbastanza bene, nei momenti critici familiari, potevo assentarmi senza complicazioni.
Nel periodo post terremoto le cose divennero più complesse.
Non dubitai un minuto, solo una settimana dopo, sistemate le cose di famiglia, rientrai per continuare il lavoro intrapreso: una ricerca all’anagrafe pazienti.
Le scosse di assestamento non avevano fatto grandi danni alle strutture, ma facevano ballare i grandi schedari di ferro e con essi ballava anche il mio stomaco, in uno stato di nausea perpetua, che si protrasse a lungo.
In famiglia tranne quando con un terribile lapsus freudiano confondevo matrimonio con manicomio a nessuno importava quel che facevo; nulla mancava loro nella mia solita gestione di casa.
Ciò che mutò fu la mia visione della malattia e il mio approccio alla diversità, in realtà era già mutato prima, ero stata messa di fronte alla realtà come madre, e per salvare me e le mie figlie dovevo cambiare.

5. Come hai gestito l’empatia e il dolore che questo spazio poteva trasmettere?
Non fu una cosa improvvisa, per la mia esperienza personale e familiare, già conoscevo alcuni aspetti di vita sia pure non legati al manicomio, bensì alla sofferenza di persone disabili mentali.
Suppongo l’empatia fosse già parte delle mie esperienze di vita.
Nella struttura del Bianchi fui molto facilitata dalla condizione che in quel tempo attraversava tutti i volontari, medici, psicologi e sociologi destinati ai servizi territoriali che per ben 4 lunghi anni dovettero attendere che la regione Campania immettesse in servizio e potenziasse le strutture sul territorio.
Nacquero amicizie e legami con i quali ci sostenevamo a vicenda, per me e certamente per altri fu necessario l’intervento personale di uno psicoterapeuta, mi rivolsi alla dottoressa Alida LaBella che mi aveva seguito nel percorso universitario, e mi aveva guidato anche in un approccio più costruttivo alle problematiche di mia figlia, avendola conosciuta durante un ricovero presso l’università.
Dopo di lei vi furono altri psicologi e\o psichiatri che mi davano fiducia rinforzando il quotidiano rapporto tra lavoro e gestione dei problemi causati dall’acuirsi delle problematiche di STEFANIA.
Ancora oggi sono seguita sia pur saltuariamente da una psichiatra psicoterapeuta.

6. Che rapporto hai instaurato con i pazienti?
Sembrerà strano a dirlo oggi.
Il rapporto era improntato ad una specie di leggerezza, un aria di normalità serena.
Insignificanti episodi della vita quotidiana erano l’argomento della chiacchiera del giorno, seduti sul muretto in una giornata di sole invernale: parlavamo insieme di cibo, di cose tipiche della nostra cultura napoletana, se chiedevano sigarette raccontavo come mio marito avesse lasciato cadere la cenere sul divano e come lo avevo sgridato, perché io non fumo e non avevo sigarette per loro.
Mi accettavano per questo essere semplice come loro, ovviamente evitavo accuratamente qualsiasi cosa potesse creare ricordi dolorosi, e\o spunti di crisi.
Non spettava a me come figura professionale, dare cure, rimproveri, indirizzi di vita, ci si aspettava piuttosto che facessi statistiche, analisi varie, quindi dai pazienti ero vista come una presenza inutile, non oppressiva, né autoritaria.
Quando mi parlando di episodi della loro vita passata, qualche fissazione ricorrente, “AH Si” era la mia risposta che mostrava interesse, accoglienza, e soprattutto normalità.

7. Qual è la persona che ha lasciato più il segno nella tua anima e la sua storia?
Oggi a distanza di tanti anni ricordo una figuraccia immensa che feci.
Faceva un freddo terribile in quell’inverno del 1980.
Mi presentai in ospedale con una specie di pellicciotto e Michele, un paziente di Chiaia, il mio quartiere, col quale si era stabilito un rapporto di vicinanza, aveva da ragazzo lavorato presso un artigiano molto noto di mia conoscenza, ma non aveva retto ai ritmi e alla pressione acuitasi anche per il disagio di una famiglia numerosa e disastrata, mi venne vicino accarezzando la pelliccia.
Dagli occhiacci che mi fece un giovane assistente capii quanto ero stata superficiale entrando a turbare il loro mondo con quell’oggetto che certamente aveva scatenato emozioni diverse
Da quel giorno non dovendo indossare il camice, posi la massima attenzione al mio abbigliamento, evitando qualsiasi eccesso.
C’era un altro paziente di cui non ricordo il nome, era chiamato “O’centotredici”, aveva l’abitudine di scappare e gironzolare per la città, per poi chiamare il 113 e farsi comodamente riportare in ospedale.
UN sabato d’estate, lo incontrai alla stazione della circumvesuviana, in una delle sue solite scappatelle, io andavo con mio marito al mare, incrociammo gli sguardi e ci ignorammo vicendevolmente, sono certa pur riconoscendoci.

8. Il ricordo più bello della tua esperienza?
Non c’ è un ricordo più piacevole sono tanti momenti passati in quel luogo.
Ogni mattina uscendo da casa pensavo mò vado a fare una cosa che non aspettavo potesse piacermi, imparo a relazionarmi con un mondo diverso che non avrei mai conosciuto.
C’era in quegli anni una specie di entusiasmo che oggi si è completamente perso, dagli infermieri, agli assistenti di prima nomina, ai volontari, anche i pazienti sembravano vivere un’atmosfera diversa, che mi sosteneva nel difficile percorso di approccio ad una realtà sconosciuta.
Il ricordo più incisivo: un giorno il primario si rivolse a me chiamandomi signora per di più usando il cognome di mio marito.(n.b. nessuno della mia famiglia apparteneva all’ambiente)
Presi fiato mi raddrizzai tutta e risposi: “Io per gli amici mi chiamo WANDA; sono la SIGNORA R. per la cameriera e per il salumiere; qui sono la dottoressa PANE.”
Le facce allibite dei presenti non le scorderò mai.
Il giorno dopo mi presentai dal direttore, squisita persona, chiedendo di essere trasferita ad altro reparto.
IL direttore mi fece presente che sarebbe stato peggio farne un caso, mi consigliò di andare in biblioteca a fare una bella ricerca che sarebbe stata utile per una mia pubblicazione sulla rivista dell’ospedale, anche utile come punteggio per il concorso.
Cosi feci, frequentando la biblioteca per un lungo periodo, fin quando ci fu una riorganizzazione reparti, avendo la solidarietà dei colleghi.

9. E quello più doloroso?
La regione Campania prendendo atto della legge 180 e delle nuove disposizioni in merito, nella primavera del 1981 post terremoto, legiferò per riorganizzazione dei reparti e l’assegnazione al territorio con la presa in carico dei pazienti.
Si facevano in quei giorni numerose riunioni e assemblee cui assistevano tutti, ma le decisioni venivano prese altrove.
Così a lungo i primari dei vari reparti contrattarono l’assegnazione e lo spostamento dei pazienti, ora non più per patologia, ma per appartenenza territoriale, lasciando al O.P.P. Bianchi, i pazienti meno gestibili.
Un giorno assistetti ad una discussione furiosa fra i primari dei vari reparti.
Io ti do dieci pazienti di Torre del Greco, tu mi restituisci cinque di Chiaia e altri cinque me li da il primario della divisione XZ cui restituisco cinque di Portici. (cito a caso)
Ne fui sconvolta, follia nella follia, discutendo coi colleghi della divisione dovetti amaramente comprendere quanto la presenza dei pazienti nell’ospedale non era funzionale alla loro patologia e\o cura ma all’esistenza di una cartella che ne testimonianze la storia e la provenienza.

UNA NOTTE FECI UN SOGNO.
Un uomo robusto camminava per i corridoi gelati dell’ospedale, reggendo sulla testa una enorme cesta.
Nella cesta, tutti nudi ed accosciati, stavano stretti alcuni pazienti, di un paio riconoscevo il viso sfocato, essi si proteggevano reggendo sulla testa con ambo le mani alzate le loro cartelle

Con questa immagine chiarissima , ancora oggi, si chiarì nella mia mente il fatto che i pazienti esistevano in quel luogo, non in quanto persone, persone sofferenti, ma in quanto esisteva della loro presenza in ospedale in una Cartella.
Era la Cartella, non la loro malattia, la loro persona fisica, la loro sofferenza a definirne l’esistenza.
Quindi come oggetti, nudi, privati di tutto, ma muniti di Cartella, potevano essere scambiati, postati da qui a lì, sradicati dalle loro abitudini, dai sia pur minimi contesti relazionali esistenti.
Sbattuti avanti ed indietro come “La Sporta del Tarallaro” espressione napoletana che sta ad indicare il massimo dispregio degli oggetti spostatati continuamente. (Sporta: cesta del Tarallaro-venditore di taralli) che la sposta e la appoggia dove è più facile a vendita.

10. E per concludere, l’amore esiste?
Oggi dopo aver vissuto per più di otto decenni, pur continuando a guardarmi indietro, ogni sera, prima del sonno, e in questo tempo di covid, che lascia tanto spazio alla riflessione, ancora non mi riesce di definire cosa sia l’amore,
È un termine molto abusato, con troppi significati contrastanti , sia legato a rapporti etero o omo, ma anche a mistificanti rapporti di potere sull’altro.
La liberazione degli anni 70 ha dato un impronta marcatamente sessuale; sdoganando l’ipocrisia ben nascosta , specie in Italia, dove la morale cattolica, imperante dal dopoguerra, ha per lungo tempo fatto disastri e creato ignoranza.
Sono vissuta in una famiglia prevalentemente di donne, nonne, zie, sorelle con una madre dolce e affettuosa; presto divenni femminista rivendicando il valore del lavoro di cura e gestione familiare, rispetto al potere maschile del lavoro fuori casa, quale unica forma di produzione.
Credo che più che l’amore esista la forma dell’innamoramento, obnubilante, poco duraturo che travolge vita e abitudini fingendo amore .
Cosi la storia e la letteratura tramandano, nutrendo di romanticismo le fantasie, mentre la vita reale apre gli occhi, su scenari diversi.
Ad una domanda secca che mi fu posta anni fa ”ma tu chi hai amato di più” risposi senza esitare ”me stessa”

Diverso è l’amore carico di responsabilità, di scelte , di cure per il benessere che nutro per la mia seconda figlia , quella cui la vita ha consegnato problemi neurologici, che oggi ha 56 anni.

Per l’altra figlia l’amore ha significato la libertà di scegliere la sua vita, sostenendola materialmente anche quando non ne condividevo i percorsi.

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