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Manicomio di Collegno

Testimonianze manicomiali: M. da Collegno

2007.
Il treno viaggiava e il mio sguardo ero fisso al paesaggio.
Destinazione Torino, manicomio di Collegno.
Era la prima volta che visitavo il grande manicomio piemontese, non sapevo minimamente cosa aspettarmi.

Ricordo un tour abbastanza rapido, poche aree abbandonate e la maestosità della Certosa, il manicomio di Collegno.

Ma la mia esperienza non si è conclusa nel 2007: nel 2016 dedicai 2 sessioni fotografiche e scoprii storie molte altre storie a quella che ha reso questo luogo famoso in tutto il paese: lo smemorato.

Ho visto sotterranei, disegni sulle pareti, architetture maestose e storie di classismo e di rivolta.

Un manicomio importante, decisamente importante, e questa intervista ci restituisce uno dei tanti profili umani che hanno vissuto dentro questo spazio.

Vi presento M. che ha scelto di presentarsi con queste parole:

“Sono nato in quel di POMPEI il 26 novembre 1950 (Sagittario, come Te ); diplomato Tecnico Industriale, grazie a mia madre infermiera mi ritrovo, a metà degli anni settanta, a lavorare in un centro di Emodialisi, allora una novità sconosciuta ai più; attività delicata, pericolosa e molto tecnica, senza norme che stabilissero la qualifica degli operatori addetti.
Decido di frequentare nel 1975 il primo corso triennale per Infermiere Professionale presso l’Ospedale di Castellammare di Stabia, terminato nel 1978, data importante per la Sanità; nello stesso anno mi iscrivo alla Scuola Universitaria in Discipline Infermieristiche presso l’Università Statale di Milano, corso biennale per Insegnanti e Dirigenti Infermieristici.
L’anno dopo decido, anche se ormai superfluo, di frequentare il corso di Coordinatore Infermieristico presso l’Ospedale di Torre Annunziata.
Insoddisfatto per la qualità del mio lavoro in Emodialisi e spinto dal sacro fuoco della conoscenza infermieristica mi trasferisco nel 1982 a Torino dove, assunto presso l’Ospedale Mauriziano, comincio il percorso professionale quale Caposala in Gastroenterologia, esperienza durata circa quattro anni.
La Psichiatria era per me solo una delle materie di cui si era parlato al corso I.P.
Mi viene chiesto di andare a fare il Coordinatore nell’SPDC dell’ospedale; il mio percorso professionale non lo prevedeva; ma mi sono detto “Perché no“, sono un curioso di natura.
Ci resto circa 4 anni, conosco la malattia mentale nella sua fase “Acuta”, dai racconti degli operatori, tutti provenienti dal manicomio di Collegno, me ne faccio una idea, ma resta là.
Ritorno a lavorare in un reparto “normale” di Nefrologia; dopo circa due anni nel 1992 due mie amiche, anche loro di estrazione ospedaliera; ma diventate Dirigenti Infermieristiche a Collegno mi chiedono di trasferirmi e collaborare alla difficoltosa chiusura definitiva del Manicomio. Sono curioso, già detto, conosco solo dai racconti la malattia mentale “cronica” e mi dico “perche nò !”…. VADO e ci resto fino alla pensione del 31dicembre2014. 22 anni !!!…..neanche accorto !.

Nonostante le omissioni questo è già troppo per essere solo un cappello introduttivo (per una grande testa) cercherò di essere più conciso nelle prossime risposte.”

E questa e la sua testimonianza

Perché hai scelto di lavorare in manicomio?
Essere I.P. (Infermiere Professionale) in Psichiatria è molto diverso dall’esserlo in altri ambiti clinici “normali”.
Sono richieste capacità e competenze professionali molto diverse da quelle occorrenti nei reparti “normali”, una sfida professionale per me irrinunciabile.
La conduzione del personale in altri reparti, per quanto diversa potesse essere in relazione all’ambito clinico specifico, era quasi routine, ormai.
Ben diverso l’impegno per chiudere il manicomio, sfida professionale molto arricchente; a quanti operatori poteva capitare?
Tale opportunità e la curiosità di conoscere il “matto” cronico hanno deciso la scelta.

Che idea avevano le persone del manicomio quando hai iniziato la tua carriera lavorativa?
Molto in generale, credo che tutti sapessero dell’esistenza del manicomio; ma lo percepivano come un qualcosa lontano e che poteva riguardare altri, non loro.
Questa concezione sociale determinava poi, l’ho constatato dopo, l’atteggiamento degli operatori della Sanità verso tutto ciò che era inerente l’ambito psichiatrico. Una specifica esperienza mi ha fatto riflettere sulle mie personali considerazioni e in seguito sono stato aiutato a modificarle fino ad arrivare al “perché no”.

Cosa hai imparato dalla tua esperienza così a stretto contatto con la disabilità mentale?
Che la “normalità” reale non é vincolata al periodo storico o ai dettami culturali vigenti in quel contesto sociale. Che, in questo contesto, il Disagio mentale è molto più diffuso di quanto si creda. La quantità di “portatori sani normali” è di molto superiore a quella dei dichiarati “utenti”.

Come ha influenzato il tuo modo di vivere il quotidiano?
Ampliando di molto il range del “normale”; noti, osservi, capisci : accetti non subisci.

Come hai gestito l’empatia e il dolore che questo spazio poteva trasmettere?
Ricorrendo al mio concetto di Professionalità. Nelle varie situazioni emotivamente critiche mi sono aggrappato molto più del solito alle domande: quale è il mio ruolo; cosa devo; cosa ci si aspetta da me; cosa posso e in tutto questo, cosa vorrei, perché ?

Che rapporto hai instaurato con i pazienti?
Molto variabile. Non c’è uno standard, se cerchi di capire cosa pensi ti sia chiesto, cosa il responsabile, l’elargitore, quello che dice si, a volte anche quello che detta legge.
Secondo necessità e possibilità.

Qual è la persona che ha lasciato più il segno nella tua anima e la sua storia?
Come per tanti, all’inizio pensi che le risposte siano semplici, sia facile guarire, ci dai dentro: Carlo, mio quasi coetaneo, etilista colto e plurilingue, ha avuto da me una disponibilità totale, molto lontana dal dovere professionale, convinto di guarirlo; è riuscito comunque a suicidarsi. Dopo di lui, tante riflessioni.

Il ricordo più bello della tua esperienza?
Tanti. Mi spiace ma non riesco a scegliere. In un paio d’ore potrei raccontarne solo qualcuno.

E quello più doloroso?
Con un po’ di ironia: una giovane donna che mentre mi riempiva di sputi, calci e pugni urlava che la stavo seviziando. Con il senno di poi, aveva ragione lei.
Con molta serietà, invece: lo squallore di chi approfittando della condizione di disagio dell’altro ha cercato di trarne vantaggio, anche economico. Per questi personaggi ho provato momenti di profonda tristezza.

E per concludere, l’amore esiste?
Certamente, se per esso si intende: comprensione, disponibilità, accettazione.

E M. conclude l’intervista così:

“Volutamente conciso, spero di avere reso il comprendere che la mia operatività professionale è stata volta al mettere in atto comportamenti che pur ispirati da conoscenze ed abilità tecniche e teoriche non ha mai dimenticato che il ruolo richiedeva quanto più possibile conoscenza e comprensione per l’altro.
Un buon praticone insomma.
Per i miei 39 anni di operatore in sanità e la ventennale passeggiata in psichiatria sono MOLTO RICCO e anche un po’ deluso.
Grazie per avermi dato l’opportunità di riflettere ancora.
Un caro saluto, M.”

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