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Intervista manicomio Mombello

Testimonianze manicomiali: Cristina da Mombello

“…ed aspettavamo lì, sul ciglio della porta, aspettavamo di vedere i matti. Ed alla fine passavano, in fila per due, con le loro casacche grigie, passavano per andare in città…noi non avevamo l’uomo nero per spaventare i bambini, avevamo i matti di Mombello”.
Non mi dimenticherò mai le parole di Cristina, la guida che mi ha accompagnato durante la mia sessione fotografica nel manicomio di Mombello facendomi scoprire anche lo splendido album di Aragozzini e che ha prestato la voce in alcuni scatti della mostra fotografica 15×10 perché, dietro queste parole, si nasconde un grandissimo insegnamento che ho appreso sul mondo manicomiale: quello della diramazione.

Queste parole, usate per trasformare la figura di un paziente in un qualcosa per spaventare i bambini, mi hanno insegnato che il manicomio non è soltanto una struttura, è un qualcosa di astratto in grado di penetrare le persone, un concetto che crea un modo di pensare, un luogo capace di alimentare una paura che si riversa nella vita di tutti i giorni.
Parlare di manicomio non vuol dire semplicemente parlare di un edifico ma parlare di qualcosa di antropologico in grado di invadere e cambiare i comportamenti delle persone; l’edificio in cui i pazienti erano ricoverati è soltanto un ramo del complesso impatto sociale che il manicomio aveva sulle persone.

Cristina questo lo sapeva bene, e ho deciso di intervistarla per capire al meglio come si possa vivere in questi luoghi.
Ne è venuto fuori un post conciso ma dal grande carico empatico.

Cristina è nata il 7/9/1959 a Limbiate dove risiede da sempre. Proviene da una famiglia molto modesta, con tanti figli e per dare una mano in casa ha iniziato a lavorare molto presto completando comunque la propria formazione scolastica.
Le piace stare con le persone e nelle persone: ascoltare, non sentire; condividere, insomma le piace tutto ciò che la circonda, anche se a volte non sempre il tutto è positivo, però, come si dice, tutto serve per crescere.
E questa è la sua testimonianza.

Perché hai scelto di lavorare in manicomio?
Non ho scelto di lavorare in manicomio semplicemente ci sono arrivata per caso: ho partecipato ad un concorso pubblico bandito dall’Amministrazione Provinciale di Milano come esterna per un posto di amministrativo e quando arrivarono a me in graduatoria mi dissero che il posto era all’OP Antonini di Limbiate. Io nata, cresciuta e residente in Limbiate, non mi parve vero di poter lavorare praticamente “a casa”. Tra l’altro non conoscevo assolutamente la realtà lavorativa nell’ex OP.  Nonostante l’attività amministrativa, riconducibile sicuramente più a burocrazia, ho sempre cercato di superare tale concetto integrando la tale attività per la mission aziendale “lavorare senza perdere di vista il sociale al fine di contribuire a migliorare la qualità della vita degli utenti all’interno dell’ospedale”.

Che idea avevano le persone del manicomio quando hai iniziato la tua carriera lavorativa?
Si dovrebbe chiedere a loro io posso dire solo una mia impressione: era un posto dove tenere osservate le persone lì ospitate 

Cosa hai imparato dalla tua esperienza così a stretto contatto con la disabilità mentale?
Che nessuno di noi si deve ritenere immune da ciò

Come ha influenzato il tuo modo di vivere il quotidiano?
Prestare più attenzione all’altro

Come hai gestito l’empatia e il dolore che questo spazio poteva trasmettere?
Crescendo nel rapporto con gli altri

Che rapporto hai instaurato con i pazienti?
Erano loro che instauravano un rapporto con me ed ho sempre cercato di rispettarli in questo

Qual è la persona che ha lasciato più il segno nella tua anima e la sua storia?
Emilia, la sua è stata una storia particolare. Ora Emilia non c’è più e non mi sembra giusto raccontare quanto lei sicuramente avrebbe voluto dire di suo. Mi piace ricordarla come l’ho conosciuta e come abbiamo vissuto e condiviso la nostra amicizia.

Il ricordo più bello della tua esperienza? E quello più doloroso?
Perchè ricordi belli e/o dolorosi? La mia è stata un’esperienza lavorativa bella, intensa, piena e tutto fa parte di questo

E per concludere, l’amore esiste?
Rispondi tu dopo aver letto le mie risposte e ricorda: guarda sempre l’altro negli occhi e fatti una domanda  “se ci fossi io al suo posto?” lì l’amore lo incontri sicuro!

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