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Intervista manicomio voghera

Testimonianze Manicomiali: A. da Voghera

Il manicomio di Voghera è la struttura che ho fotografato di più durante questo progetto di ricerca: controllando nel mio archivio fotografico, la prima sessione fotografica nell’ex OP di Voghera risale al 2011, poi 2014, poi 2015 e ancora 2015.
Escludo tutti gli incontri fatti, i viaggi arricchiti da infiniti scatti fatti con il cellulare, i progetti per capirne il potenziale recupero.

Su Voghera ho scritto molti post e ho realizzato una digitalizzazione che, se ci penso, ancora oggi non riesco a togliermi il peso di quegli sguardi di dosso e alcuni scatti di questa struttura sono anche raccolti nella mostra virtuale 15×10.
Voghera non solo una semplice cittadina del pavese che ha ospitato un grande manicomio, Voghera è memoria, è Luigina e Mario con la loro indimenticabile storia d’amore, è un bene troppo prezioso per essere perduto.
Questo luogo, posso scriverlo con fermezza, è il manicomio che ho fotografato e che ho vissuto di più in assoluto.
E non potevo non arricchire la sua storia con un’intervista, una testimonianza di una memoria orale che non ho avuto ancora il piacere di conoscere e che preferisce mantenere l’anonimato: si chiama A.

A. nasce a Voghera il 13 Settembre del 1956, dove attualmente vive e lavora.
Per quasi due anni, da inizio anni 90, lavora al Manicomio provinciale di Pavia, proprio a Voghera.

Si è laureata in Medicina e Chirurgia a Pavia nel 1981, per poi specializzarsi in Neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza nel 1985 e in Psicoterapia ad indirizzo analitico nel 1991. Si occupo di psicoterapia con pazienti in età infantile, adolescenti e adulti sin dall’inizio della sua attività. Ha avuto esperienze in campo ospedaliero e territoriale presso il Dsm e presso Centri di riabilitazione.
Da oltre venti anni inoltre è consulente del Giudice, in ambito civile e penale.
E questa è la sua testimonianza.

Perché hai scelto di lavorare in manicomio? 
L’occasione è stata un concorso, ma questo è stato il motivo pratico e di superficie; fu anche, ma molto di più, un risolvermi ad entrare in un mondo lontano sebbene molto vicino, da sempre intravisto, sentito raccontare, e indirettamente conosciuto attraverso le persone che già lavoravano lì e alcuni pazienti che, potendo uscire brevemente, nella loro inconfondibile tetra divisa, bazzicavano dalle mie parti. Quindi fu l’entrare in un mondo sia in qualche modo familiare, sia ignoto e francamente inquietante, che stava dietro le mura di mattoni, con tanto bel verde, al di fuori e al di dentro.

Che idea avevano le persone del manicomio quando hai iniziato la tua carriera lavorativa?
A Voghera il Manicomio, in gergo, si chiamava “il babio”, il posto dove stavano “i babi”, cioè i rospi. Se, sempre in dialetto locale, essere “al pian di babi” significa essere incapaci di fare qualunque cosa, ignoranti, o ancora, talmente mal messi quanto a mezzi materiali o mentali da non poter aspirare a niente, si può facilmente comprendere il valore attribuito al “babio”. Accanto alla visione squalificante (i rospi non sanno saltare, togliersi dai guai, quanti se ne trovano schiacciati sull’asfalto), tuttavia mai da me sentita esprimere con disprezzo, piuttosto con una sorta di benevola commiserazione, c’era, ben diversa, la visione terrifica nei confronti degli agitati, dei pazzi da legare, di cui si raccontavano le urla, le crisi di agitazione, la pericolosità. Insomma, i matti o facevano ridere o mettevano paura, mai indifferenza. Attualmente credo che i due angoli di visuale si ripropongano rispettivamente verso chi è ospitato in centri riabilitativi terapeutici o transita, magari ripetutamente, magari in tso, per il cosiddetto “repartino”, o Spdc.

“La gioia” – Digitalizzazione di un disegno realizzato da un bambino ricoverato nel manicomio di Voghera – Dal mio account Instagram

Cosa hai imparato dalla tua esperienza così a stretto contatto con la disabilità mentale? 
Mai abbastanza. Quale essa sia, l’esperienza reale è determinante e definitiva per avere una vera consapevolezza, che a volte si conferma e amplia ma più spesso sorprendentemente si discosta da quanto avevamo immaginato e creduto in base a racconti, lettura, immagini. E’ necessario essere con tutta la propria persona dentro a una situazione, viverla, per sapere. Ai racconti si crede, quello che si vive si sa, è ben diverso: ciò che si vive diventa reale, mentre prima lo era solo per credenza e non per coscienza, quindi entra nel nostro patrimonio personale; nel tempo rimane, sedimenta, ci arricchisce, ci insegna, ci indica strade. 

Quello che ho imparato in Manicomio mi torna in mente quando meno me lo aspetto, è un ricordo relativamente lontano sul mio arco di vita, ma è sempre rimasto a portata e imprevedibilmente, alcune occasioni di incontro più attuali rinnovano l’esperienza di allora. 

Ho imparato, anzi, tengo a ripetere, so, che intere vite umane si sono consumate dentro un Manicomio, dentro a un muro che è stato il confine della terra, ripetendo dalla prima gioventù alla vecchiaia gli stessi passi, gli stessi schemi, gli stessi orari, le stagioni, il corpo che invecchia, insieme a quello dei dottori e degli infermieri, fino a svuotare il tempo stesso del significato che fuori dal muro assume. 

Ho imparato e so che al Manicomio si stava fino alla morte: non dimentico una donna, G., morta nel suo letto, nella sua camerata, l’abbiamo trovata un mattino al giro, c’era il sole che passava dalla finestra, credo fosse estate. Non c’era nessun parente da avvisare; tre infermiere, di cui conservo un ricordo di gran cuore, le hanno comperato un vestito nuovo e dignitoso per la sepoltura, a cui l’hanno accompagnata, partecipando al suo funerale.

 Ho imparato e so che al Manicomio si nasce. Non dimentico la storia di V. nata da una paziente di cui non era stato riconosciuto, circa quaranta anni prima, quindi risaliamo almeno agli anni ’50, lo stato di gravidanza. La donna fu regolarmente sottoposta alle terapie dell’epoca, di cui ricordo esattamente l’elettroshock, e la vasta serie di altre pratiche. Quando si constatò, tardivamente, la condizione della paziente, furono le suore ad assumersi il carico e la responsabilità di assistere la donna e il nascituro, bloccando altre possibili “soluzioni”. Nacque V., viva e vitale, cresciuta dalle suore, come promesso; non credo che la madre l’abbia più avuta con sé, ma non ne sono sicura. Ho conosciuto V. quando era ormai circa quarantenne, una donnina minuscola, con un capo ancora più vistosamente piccolo su quel corpo esile, che non si poteva tenere coperto: V si spogliava sempre, nuda, voleva essere nuda, correva con le gambette arcuate, sorridente, muta e apparentemente inconsapevole di tutto. Per le infermiere era “la bambina”.

Ho imparato ad avvicinarmi con profondo rispetto alla realtà altrui, a non usare la mia come parametro di “normalità” e ho imparato che i confini che delimitano quella di ciascuno sono molto più labili e flessibili di quanto si creda, valicabili da eventi della vita come dalla stessa istituzione, che per anni si è presunta terapeutica. 

Ho imparato a stare in semplicemente in compagnia, su una panchina, con un caffè, a parlare con persone con cui non è semplice entrare davvero in relazione, da persona a persona. Di questo sono loro molto grata, sono stata aiutata dai pazienti, davvero pazienti e molto comprensivi della mia inesperienza. 

Manicomio Voghera Memoria Corridoio
Corridoio del manicomio di Voghera

Come ha influenzato il tuo modo di vivere il quotidiano? 
Pur breve, l’esperienza in manicomio è stata ed è entrata nel mio patrimonio personale, con una quantità di riflessioni, emozioni, considerazioni. Spesso, dopo quell’esperienza, mi sono trovata a riflettere, senza ancora essere riuscita a metterlo pienamente a fuoco (e forse non si può), sul paradosso di mondi lontanissimi eppure così vicini, separati solo da una porta, da un cancello. Mi capita di riconsiderare sotto questa luce i racconti di pazienti e non solo, che confidano vite insospettabilmente drammatiche oppure sottilmente strane e un po’ inquietanti, che svolgono al di là della porta della propria casa. Basta varcare una porta, un confine simbolico tra un dentro e un fuori in cui la realtà trasfigura, come neppure infinite miglia potrebbero.

Come hai gestito l’empatia e il dolore che questo spazio poteva trasmettere? 
Un medico si accosta alla sofferenza con molte protezioni personali, dal camice bianco (non è un particolare trascurabile) al sapere teorico, strumenti questi che non trovo particolarmente utili; ogni incontro è nuovo, idealmente il primo e avviene tra due Persone, comunque siano vestite. Alle riflessioni che nascono dopo l’incontro con il paziente, certo, il sapere teorico serve e molto. 

Tecnicamente ma non solo, il mio strumento è stato ed è ancora il lavoro su me stessa, imparato attraverso più di un percorso dedicato. E ancora non basta, è condizione necessaria, ma non sufficiente; la mia opinione è che ci si debba lasciare prendere per mano da ciò che si incontra, procedere cauti ma senza voltarsi dall’altra parte. Se tocca soffrire si soffre, e tanto. 

Ognuno deve valutare la propria flessibilità ed eventualmente, almeno sul lavoro, portarsi in acque più calme, magari solo momentaneamente, anche in relazione a particolari periodi della propria vita, o ancora chiedendo aiuto a propria volta. 

Che rapporto hai instaurato con i pazienti?
Inizialmente mi sentivo piuttosto impacciata, salvo il vestirmi da psichiatra, il che mi faceva sentire a disagio; peggio ancora! Come dicevo, sono stata aiutata dai pazienti, più esperti di me nel trattare con coloro che si credono sani. La simpatia e le ragioni di affinità che attraggono o respingono i contatti umani anche dentro a un Manicomio guidano il gioco, anzi lo sono in modo molto più scoperto. Si finge poco, se si prova non dura. Ogni sfumatura di una relazione comunque rispettosa ha contraddistinto i miei rapporti con diversi pazienti, di cui solo alcuni sono entrati in una relazione comunicativa e di scambio.

Qual è la persona che ha lasciato più il segno nella tua anima e la sua storia?
Ho pensato tanto a come rispondere a questa domanda, insieme alle due successive la più difficile. 

Mi sono resa conto tuttavia, che la sfilata di volti, nomi, storie, voci, è composta per la stragrande maggioranza di Donne. Posso rispondere: “le Donne”, alle quali, per ovvie ragioni di identificazione, mi sono sentita più vicina, anche dolorosamente: nel vedere la Femminilità lottare per sopravvivere anche solo attraverso un ricciolo nei capelli o una tintura che coprisse il colore grigio arrivato puntuale dopo i tanti anni trascorsi sempre al di qua del muro. Lottare per sopravvivere nei segni esteriori, come estremo appiglio, ma soffocata nelle esperienze più profonde e fondanti, che costellano la vita di una donna libera; oppure vissuta di nascosto, furtivamente, a volte trasformata, come spesso accade in situazioni di segregazione, come forse non sarebbe stato in una vita al di fuori. 

I contatti con le pazienti sono stati più semplici, immediati, noi donne troviamo sempre il modo di parlare tra noi. E posso assicurare che ricordo, anche, chiacchierate distese e piacevoli, in cui l’unica nota pungente era incontrare uno sguardo malinconico e il mio trattenermi, quando il discorso scivolava un po’ troppo su quanto accadeva “fuori”, “dentro le case”.

Manicomio Voghera Memoria Scarpe
Scarpe trovate dentro il manicomio di Voghera

Il ricordo più bello della tua esperienza? 
Ricordo un tramonto di primavera, il cielo violetto, le prime stelline, il profumo di verde nuovo, goduto da una panchina, su cui C., una anziana paziente, riservata e dolce nei modi, mi aveva invitata a sedermi. Abbiamo guardato lo spettacolo in silenzio, appena interrotto dalle sue domande (sempre quelle) su un certo farmaco, e dalle mie risposte (sempre quelle); quando è stata l’ora, C. è tornata in reparto, io a casa mia. Questo è un aspetto malinconico, ma il ricordo è bello, abbiamo condiviso pace e meraviglia. Tuttavia, ogni bel ricordo, ogni momento divertente, allegro, è sempre venato di tristezza, basta l’ambiente a spiegarlo, delle storie di chi lo ha abitato poi, è superfluo dire.

E quello più doloroso? 
Ancora impossibile una scelta, tra le storie sentite e lette sulle cartelle, tra i volti angosciati per una realtà irraggiungibile, tra le angosce suscitate da improvvisi stati allucinatori, e sopra a tutto la vita tutta vissuta dentro a un Manicomio.

 Ho conosciuto anche qualche parente; pur essendo la maggior parte dei pazienti in età avanzata, qualche persona giovane ancora aveva i genitori. Le madri, vorrei dire qualcosa sulle madri, pensando al loro dolore come risposta a questa domanda; forse il dolore per me più immaginabile, quello dei pazienti è troppo distante, anche se l’ho conosciuto non ho la presunzione di coglierlo nella profonda essenza.

 Le madri: donne ormai vecchie, ne ricordo una curva sul bastone, non più in grado di arrivare autonomamente al Manicomio, accompagnate quindi. Tutte portavano qualcosa ai figli, alle figlie, sempre qualcosa di utile, di molto personale: ciò che una madre solitamente tiene in modo particolare che il figlio abbia, che non resti senza scorta. Non si fermavano per molto, i figli non soffrivano apparentemente della loro partenza, ma aspettavano l’arrivo, di solito al sabato mattina. Ricordo lo scambio degli sguardi, i brani involontariamente colti della loro breve conversazione, quando c’era; non con tutti era possibile un dialogo verbale. “Perché non hai fatto il bravo?” Chiedevano del comportamento del figlio all’infermiere di turno come alla maestra, e parlavano al figlio come a uno scolaretto scapestrato. “Ti ho portato i clisteri, sei andato di corpo?” Guardavano i loro figli con occhi tristi e smarriti, scuotevano la testa, sospiravano, una carezza, ciao, vado, fai il bravo. Quanti commenti, anche ironici o peggio sprezzanti, su questo modo di essere madri, spesso definite pazze, per analogia o facile deduzione. Quante ne avranno sentite queste donne, a partire dalla famiglia, al primo manifestarsi di un comportamento diverso dall’atteso; si sa, la colpa è molto spesso della madre, nel sentire comune, ma non solo. Eppure, eccole ancora, arrivavano a vederli questi loro figli, perduti ma ancora vivi, ma ancora lì. Chissà quante di loro varcavano in uscita il cancello domandandosi se ce l’avrebbero fatta una volta ancora, un’altra e poi ancora.

E per concludere, l’amore esiste?
Si, ovunque e sopra a tutto e tutti, per tutti. Bisogna accoglierlo e, in certi casi, volerlo fortemente e riconoscerlo, nascosto in mezzo alle pieghe di così tanto dolore.

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