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Manicomio Alessandria

Testimonianze Manicomiali: Maria Grazia da Alessandria

Non ho mai visitato il manicomio di Alessandria, il San Giacomo.
Sono arrivato tardi, il processo di riconversione aveva trasformato totalmente la struttura.
San Giacomo, apostolo, patrono dei viaggiatori, conosciuto anche per il celebre cammino.

Perché, alla fine, anche il manicomio possiamo considerarlo un viaggio: ci porta dentro dentro il luogo dove risiedono le nostre paure ataviche, ci porta nel punto esatto dove il timore incontra l’aggressività, dove l’ignoranza incontra la violenza.
Ci porta dove in quello spazio dove l’esclusione prende il posto del dialogo.

Non ho mai visitato il manicomio di Alessandria, me lo sono immaginato grazie alle parole di Maria Grazia Guercio, una memoria orale che ho avuto il piacere, e la fortuna, di poter intervistare.

Nata l’11 luglio 1943, residente in Alessandria, laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Psichiatria presso l’Università Cattolica del S.Cuore a Roma, Maria Grazia è analista adleriana, ha lavorato a lungo nell’Ospedale Psichiatrico di Alessandria partecipando attivamente alla sua trasformazione e apertura a seguito della legge 180. Aderendo alla teoria della psicomotricità relazionale di Lapierre, ha operato in questo ambito riconoscendolo fondamentale per pervenire ad un rapporto più consapevole con sé e con l’altro. Da anni svolge la libera professione come psichiatra e psicoterapeuta. 

Le parole delle memorie orali sono un bene di un valore inestimabile: non solo riescono a farci riconoscere quei luoghi dentro di noi dove la paura prende il posto del dialogo, ma riescono anche a distruggerli, seminandoci dentro speranza e umanità.
Difendere e diffondere queste parole, capaci di disegnare una realtà tanto forte da non sembrare neppure vera, diventa una vera priorità non solo per noi, ma per tutti quelli che non hanno conosciuto questo mondo e non riescono a vedere la persona dietro la cupa ombra dello stigma.

Ma adesso è giunto il momento di lasciarti alle parole di Maria Grazia.


Perché hai scelto di lavorare in manicomio?
Sono stata sempre attirata dalle situazioni un po’ insolite, scomode, al limite, cercando di vedere il mondo “dall’altra parte” e non fermandomi ad una lettura rigida e convenzionale di esso, anche quando questo garantisce tranquillità e, perché no, potere. Conseguita la laurea e iniziata la scuola di specialità, lavoravo al Policlinico Gemelli, allora appena inaugurato, in cui il reparto di neuropsichiatria era all’avanguardia per risorse ambientali e per strategie terapeutiche, ma volevo inoltrarmi in una realtà che veniva raccontata come al limite dell’umano,  E, dopo essere stata nel ’68 a Gorizia, dove ebbi contatti con Basaglia e con la sua grande rivoluzione nei confronti dell’istituzionalizzazione, nel 1970 decisi di lasciare le confortevoli stanze del sesto piano del Gemelli e di inoltrarmi nella realtà manicomiale.

Che idea avevano le persone del manicomio quando hai iniziato la tua carriera lavorativa?
Un film, “La fossa dei serpenti”, del 1948, aveva ben tradotto il vissuto che in generale si aveva della realtà manicomiale, di cui si intuiva la violenza, la prevaricazione, la volontà di cancellazione di ogni risorsa personale del soggetto affetto da problemi psichici, e che rimaneva un tabù da non avvicinare. Era un tempo in cui il “malato psichiatrico” era “per sempre”, e il manicomio lo ingoiava senza più restituirgli vita. Egli veniva spogliato di tutto, dei suoi abiti, dei suoi oggetti, dei suoi affetti, di se stesso. Annichilito. Reso “inoffensivo”. I farmaci erano pochi, ma c’era l’elettroshock, l’insulinoterpia, la lobotomizzazione….Venti, trent’anni di ricovero…La morte in vita, e poi la morte senza rimpianto. Il manicomio era dunque pensato come un inferno, ma anche come l’altro mondo che salvava l’esterno dal pericolo della follia, relegata in uno spazio a sé, e non considerata come espressione di una sofferenza, di una richiesta di aiuto e di condivisione. Un dentro e un fuori, ben divisi. Quelli dentro condannati, quelli fuori al sicuro.

Cosa hai imparato dalla tua esperienza così a stretto contatto con la disabilità mentale?
Ho imparato l’importanza dell’ascolto. 
Ascoltare l’altro è un’esperienza straordinaria, che apre mondi sconosciuti e permette di dilatare la consapevolezza di sé e dell’altro in modo inaspettato. Ascolto non solo della voce, ma  dello sguardo, del silenzio, della postura, del contatto. Ricordo con emozione la sensazione provata quando un lungodegente un giorno volle toccare con la punta del suo indice la punta del mio, mentre eravamo seduti una di fronte all’altro. Chiuse gli occhi , sorrise, e disse: “Senti, senti che passa?”. E cosa passava? Una sorta di scossa, una vibrazione, una comunicazione fra due persone che ben poco si erano dette fino ad allora ma che in quel momento univano i loro mondi attraverso un piccolissimo gesto. E gliene sono stata grata perché mi ha permesso di vivere  un’esperienza di fusionalità che nessuna teoria avrebbe saputo insegnare. 

Come ha influenzato il tuo modo di vivere quotidiano?
Profondamente. Venivo da un’educazione severa, ho imparato ad essere tollerante; mi stupivo dei comportamenti “borderline”: ho imparato a guardare le situazioni per quello che sono, direi nella loro “esseità”; ero alla ricerca continua della perfezione: ho imparato che la perfezione non esiste e che è molto più importante l’accettazione reciproca; ero radicalmente “simmetrica” ed ho imparato una “asimmetria” che rende la vita più vera e permette una comunicazione assolutamente più autentica.

Fascicoli dentro il manicomio – Giacomo Doni, manicomio San Benedetto di Pesaro (2011)

Qual è la persona che ha lasciato più il segno nella tua anima e nella tua storia?
Tutte le persone che ho incontrato hanno lasciato un segno nella mia vita, positivo o negativo che sia stato, e di questo sono grata, perché comunque l’esperienza interpersonale è alimento indispensabile per crescere e comprendere. Ma ci sono alcune figure guida nel mio percorso di psichiatra (e non solo) a cui, nonostante l’età, continuo a far riferimento:

– il mio insegnante di italiano al liceo classico, il prof. Aldo Giudice, che mi  ha insegnato il valore profondo della parola;

– il dottor Giovanni Gandiglio, psichiatra, fenomenologo, mio primo maestro in ambito psichiatrico, che mi ha presa per mano inoltrandomi nella magia dell’incontro con la Persona;

– il professor Francesco Parenti, mio analista didatta, che, facendomi piangere e impedendomi di scappare, mi ha regalato la libertà, aiutandomi a buttar via le mille sovrastrutture che condizionavano la mia vita ;                                                                   

Franco Basaglia, il cui esempio di coraggio e di umanità è rimasto per me  un faro costantemente acceso;

André Lapierre, che mi ha insegnato il linguaggio del corpo, legittimandomene l’esistenza.

Tutte figure maschili. Avrà pur un senso, no? Il confronto con l’autorità paterna  è stata la mia sfida, il mio timore ma anche, attraverso di loro, la mia conquista. E grazie a loro ho finalmente potuto amare mio padre, che per troppo tempo avevo solo temuto.

Il ricordo più bello della tua esperienza? 
Difficile dirlo, perché sono tanti. Ma subito mi viene in mente la vicenda di C, una ragazza ricoverata da sedici anni in ospedale psichiatrico per gravi disturbi comportametali (?). C. non era molto conciliante: reagiva alle situazioni che non le piacevano con aggressività. Allontanata dalla famiglia, era stata ricoverata senza prospettive di dimissione. Quando incominciarono ad allentarsi le chiusure dei reparti, instaurò una relazione con un ricoverato lungodegente e, negli scantinati dell’ospedale, rimase incinta. Apriti cielo! Allora ero giovane assistente. Il mio primario, che pure mi voleva bene, furibondo, se la prese con me e con le mie teorie basagliane, e pensò di farla abortire. Ma C. mi disse: “Mi aiuti: voglio tenere il bambino”. Era un suo diritto, e la difesi con tutte le mie forze. Quando fu prossima al parto, avendo constatato che nonostante la riduzione delle terapie psicofarmacologiche si era molto tranquillizzata, incominciai a prospettarle la dimissione, non essendo certo auspicabile far nascere un bimbo per toglierglielo immediatamente ed affidarlo a qualche brefotrofio! Ma dove andare? C. non aveva una casa , e la famiglia non intendeva riprenderla né aiutarla. Le assistenti sociali non furono allora di grande aiuto, anche perché C. era un soggetto non facile da gestire. Spuntò un’infermiera, nubile, sola, che venuta a conoscenza della storia, le offrì ospitalità in casa propria. Arrivò il momento del parto; C. fu dimessa dallo Psichiatrico e avviata alla Ginecologia Ostetricia dell’Ospedale Civile. Mise al mondo una bambina stupenda: occhi azzurrissimi, capelli biondi: un batuffolo… E venne il giorno dell’uscita dall’Ospedale. La buona infermiera andò a prendere entrambe, le caricò in auto e le portò a casa. 

Dopo un’ora mi telefonava disperata: “Venga a prenderle! C. si è barricata in camera e sta spaccando tutto! Non posso tenerle qui….”. Cos’era successo? L’ infermiera, donna pia ed inopportuna, imprudentemente le aveva detto: “Tu hai molto sbagliato, ma se ti comporterai bene il buon Dio ti perdonerà…”. Era stata la fine. Accorsi; faticammo a farle aprire la porta; C. era furibonda. 

Che fare? Mi presentai a casa con tutte e due, madre e figlia, e convinsi la mia famiglia (allora avevo già due bambini) ad accettarle.
All’inizio non fu un’esperienza facile. Di tanto in tanto C. aveva episodi di aggressività e di intolleranza, in cui urlava qualunque improperio. Spesso mi ritrovai ad andarmene di casa per qualche ora con i bambini (mio marito era spesso fuori per lavoro), ritrovandola, al rientro, calma e serena. 

Intanto lo Psichiatrico andava avanti nelle sue faticose aperture. Al suo interno venne istituito un bar, e feci in modo che C. ne diventasse la cassiera. Al mattino portavamo al nido la sua bambina e alla scuola materna i miei due, ed andavamo a lavorare, lei al bar ed io in reparto; al pomeriggio riportavamo a casa i nostri rispettivi figli, e spesso , dovendo rientrare in Ospedale, la lasciavo in compagnia della tata dei miei bambini , figura materna molto accogliente, con cui instaurò piano piano un buon rapporto. 

Ad un certo punto mi disse: “Vorrei provare a vivere per i fatti miei”. L’aiutai a trovare un piccolo alloggio, sostenendola economicamente anche se , per la verità, C. si dimostrava molto oculata e cercava di far fronte alle spese con il suo piccolo stipendio di cassiera. 

Venne bandito un concorso per infermiera generica (figura oggi non più prevista). Avendo constatato che, al di là delle sue furiose impennate, aveva delle buone potenzialità intellettive, le proposi di parteciparvi. L’aiutai a studiare, la incoraggiai. E superò la prova. Fu assunta nell’Ospedale Civile ed ebbe uno stipendio dignitoso che le concedeva una piena autonomia! Ne fu orgogliosa, felice, e difese sempre il suo posto di lavoro con fierezza e dignità, meritando la considerazione positiva dei colleghi e dei superiori. E recuperando un soddisfacente equilibrio psicologico, grazie al superamento delle tante frustrazioni inflittele dalla famiglia di origine. 

Sentii che piano piano dovevo lasciarla, per non farla più vivere “sotto protezione”. Mi chiamò solo in alcune occasioni: quando la bimba stava poco bene, e una volta in cui il bucato in lavatrice si era tinto tutto di rosso perchè erano finiti  insieme capi bianchi e colorati! 

Ci vediamo raramente: è in pensione, si è comprata un appartamento, è diventata nonna. Il padre di sua figlia, che apparteneva ad una famiglia piuttosto abbiente, è morto alcuni anni fa, lasciando per legge una inaspettata eredità alla ragazza, che aveva riconosciuto.

E quello più doloroso?
Maria Grazia. Era una ragazza stupenda, capelli corvini ed occhi verdi. Aveva assistito impotente all’uccisione della madre per mano del padre, che a sua volta si era poi impiccato. Quando arrivai allo Psichiatrico era ricoverata da tre mesi, nel reparto Agitate. Di agitato non aveva proprio nulla: costantemente allettata, contenuta “in quarta” (polsi e caviglie), mutacica, fissava il soffitto senza mai interagire con chi l’avvicinava. Non si alimentava, e per questo era di tanto in tanto sottoposta ad alimentazione forzata (un sondino infilato in esofago attraverso il naso e collegato con un imbuto , in cui, con la grazia di un killer, una suora monumentale versava un misto di uova, latte, zucchero,  sale, acqua, omogenizzati). Ero giovane, non avevo nessun potere decisionale, dipendevo in quel momento da un primario donna, assolutamente algida. Mi sentivo morire. Mi sentivo in colpa. E cresceva in me la determinazione a far finire tutta quella violenza. Ma avevo bisogno di tempo.

Una notte, mentre ero di guardia, andai da Maria Grazia, finalmente non seguita e controllata dalla terribile suora o dall’algida primaria. Mi sedetti accanto a lei. Le accarezzai a lungo la mano imprigionata, e nella fioca luce bluastra della squallida stanza, dove gareggiavano in corse continue scarafaggi di ogni tipo, intuii le sue lacrime silenziose.

Il giorno dopo spirò. Diagnosi: “Amenza”.

Ero allo Psichiatrico da poco tempo: Incominciò quel giorno la mia lotta consapevole per restituire a quella gente, la mia gente, la sua dignità.

Non fu facile. Ma fu possibile.

E per concludere, l’amore esiste?
Certo che l’amore esiste. Senza l’amore non ci sarebbe vita. Non ci sarebbe senso nella vita. Non potremmo vivere, ma solo vegetare.

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6 commenti su “Testimonianze Manicomiali: Maria Grazia da Alessandria”

  1. Commovente, straziante, ma anche pieno di forza e di speranza questo racconto.
    Voglio congratularmi con questa dottoressa e magnifica persona per la sua forza e umanità. Abbiamo tutti da imparare molto.
    Ascoltare gli altri, comprenderli, empatizzando e sentirsi in dovere di aiutare, di tendere una mano o mettere a disposizione la propria professionalità.
    Restiamo umani
    Grazie davvero

    Rispondi
    • Francesca, grazie infinite per queste splendide parole.
      Ricordo che quando mi spedirono questa intervista la lessi subito, la divorai parola dopo parole.
      E inevitabilmente mi commossi alla fine.

      Maria Grazia ha un’energia straordinaria, un’umanità contagiosa che ti entra dentro e ti fa capire che non bisogna arrendersi e che la Rivoluzione parte proprio dall’ascolto e dall’empatia.
      Restiamo umani, sempre.

      Grazie per il tempo che hai dedicato a questa nuova intervista, ci sentiamo presto cara.

      Rispondi

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