San Niccolò Siena

“Ricordati, il manicomio non è come gli altri ospedali. Per niente. La differenza sta tutta nel tempo del ricovero.”

Ascolto in silenzio le parole di M., memoria orale del manicomio San Niccolò di Siena, che passano attraverso il telefono. Parliamo della sua esperienza ma soprattutto, parliamo di Legami.

La parola Legare ha un peso importante se inserita nel contesto manicomiale: se da una parte pensiamo inevitabilmente alla contenzione, ad immagini di pazienti con braccia e gambe legate al letto, ma dall’altra non possiamo mettere nell’ombra tutti i rapporti che sono nati fra infermieri e pazienti, legami di un’umanità vera e sincera.

M. Mi racconta dei suoi inizi nel manicomio, mi racconta che non sapeva minimamente cosa avrebbe trovato al suo interno, mi racconta la paura, il dolore e la fatica della vita di reparto.

Ma non si trattiene dal raccontarmi delle emozioni che ha vissuto.

“Negli ospedali il rapporto con infermieri e pazienti è molto più professionale perché i ricoveri possono durare generalmente giorni o al massimo alcuni mesi, nel manicomio no, nel manicomio spendevi gli anni dentro, ed era impossibile non stabilire un legame.”

Perché di questo l’uomo vive, di relazioni e di legami.
Come animale sociale, anche nel luogo di isolamento ed esclusione per eccellenza, le persone stringono relazioni per sopravvivere.
Sguardi, parole e respiri sono gli strumenti per dire “ci sono anch’io”, per richiedere aiuto, per avere conforto.

Celle di contenzione del padiglione Conolly di Siena

Negli occhi dei pazienti anziani molte persone rivedevano i propri familiari, chi un padre e chi un nonno, e prendersi cura di loro aveva un valore affettivo particolare.

“C’è qualche personaggio che ti porterai sempre con te?” Le chiedo con innocente curiosità.

M. Mi parla di una coppia di bambini, gemelli, che stavano nel manicomio di Siena.

Quando passava l’autobus per portargli a scuola, lei era l’unica infermiera che accompagnava i bambini alla fermata.

Tutti i bambini erano con le loro madri.
Loro erano con l’infermiera.

Che lo stigma si possa creare anche da queste piccole cose?

Si ricorda che al passaggio dell’autobus, prima di salire su, i bambini le buttavano le braccia al collo per salutarla. Come si fa con una madre. E immagino l’emozione.

Alcuni anni dopo questi bambini furono adottati e lei perse completamente tutte lo loro notizie. Silenzio.

Io non riesco ad immaginarmi il distacco, penso che sia doloroso.

Lei dice che è sopravvivenza, altrimenti questi legami ti distruggono se non sei in grado separarti, di non farti coinvolgere totalmente.

Ingresso San Niccolò di Siena

Ma la storia che mi ha colpito di più riguarda quella di un altro bambino, perché è quella che rappresenta meglio di altre il concetto di Legami:

Un giorno, in una casa tranquilla di campagna dove viveva la madre con il figlio, ricevono una visita dallo zio cacciatore.
Andando a salutare sua sorella, la madre del piccolo, decide di lasciare il fucile carico su un mobile in sala. Il bambino, con tutta la leggerezza dell’età, prende il fucile ed inizia a giocare.

Ma parte un colpo.

Ed è diretto in cucina, proprio dove stavano parlando sua madre con lo zio.

Fortunatamente non colpì nessuno, ma agli occhi loro, il bambino risultò pazzo per aver sparato alla sua famiglia con il fucile.

Fu portato dentro il manicomio di Siena a 12 anni.

È morto dentro il manicomio a 92.

80 anni di ricovero.

Quante persone ci passano sotto gli occhi in 80 anni?

Quante generazioni di lavoratori ha visto in 80 anni?

Persone che iniziano a lavorare e lo trovano ricoverato e lo lasciano ancora ricoverato quando arrivano alla pensione.

È possibile non stringere un legame con queste persone dopo decine di anni di contatto?

Io credo di no, perché è scritto dentro la nostra natura.

Ma questa storia è proprio la componente antropologica che ho sempre cercato nel raccontare il manicomio: quello di una società che si dice perfetta che non è in grado di riconoscere i propri errori e sfoga la sua rabbia sui più deboli.

Quella di una società che non si ribella con chi la danneggia ma solo chi sa di riuscire a sopraffare.

Quella di una società che non ha saputo fare i propri conti con la paura, pensando che non affrontare il problema sia la strada migliore per poterci convivere.

Noi perdiamo tutte le volte che non affrontiamo le cose, perché il silenzio è una scelta.
Non scegliere è una scelta.
Una delle peggiori scelte che possiamo fare.

M. conclude la telefonata dicendomi di ritenersi fortunata, che quell’esperienza le ha dato modo di vedere il mondo da un altro punto di vista, di entrare in contatto con un’umanità che in un certo senso è stata in grado di arricchirla tantissimo, di essere entrata in contatto con un’umanità che ti ha lasciato addosso segni indelebili. Proprio come i legami che si porta dentro il cuore.

Riattacco.

Silenzio.

Penso agli sguardi, alle lacrime, alla fragilità dell’uomo e alla necessità dei legami.

E di quanto sia folle concepire spazi di esclusione.

Penso ai gemellini che vedevano nell’infermiera sua madre, penso alla nostra incredibile capacità di adattarci in qualsiasi situazione, proprio come Luigina e Mario che hanno trovato l’amore dentro il manicomio.

Penso al senso di tutto questo. Penso a quante lacrime abbia versato quel bambino ricoverato a 12 anni e poi morto a 92, a quante parole avrebbe voluto dire, alla vita che lui aveva in mente ma che non ha potuto realizzare per colpe non sue.

Penso all’ultimo giorno di lavoro di M., a quando ha varcato la soglia sapendoci di non dover più tornare. Sarà stata felice oppure triste?

Penso alla paura. All’utopia di una società perfetta, ma alla fine non capisco neppure dove possa risiedere la perfezione. Ma non è forse il difetto che ci rende unici?

Rimango con questi pensieri per molto tempo e poi mi abbandono ad un sorriso un po’ malinconico, perché c’è sempre chi fa del bene in silenzio.

Anche se il rumore di un intollerante è più forte del chiasso di decine di persone che fanno la cosa giusta.

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12 commenti su “Legami”

  1. Grazie Katia di aver condiviso questo magnifico scritto e Grazie generoso scrittore che mi piacerebbe risentire. Quante storie di esclusi sono sempre vive in me , ricordi di tutti gli anni passati a lavorare nei “ manicomi”, a dare e a ricevere e anche a lottare.
    Purtroppo non sento che oggi ci sia “una società’ migliore “
    Il medico di Torino

    Rispondi
    • Grazie Adriana per aver speso del tempo per la lettura ma, soprattutto, grazie Katia per aver creato il contatto.
      Mi ha colpito molto la tua frase “Purtroppo non sento che oggi ci sia “una società migliore”: queste parole forti mi hanno fatto riflettere su quanto queste storie, anche se apparentemente del passato, siano ancora drammaticamente attuali.
      Ovviamente sono cambiati i soggetti, sono cambiate le modalità ma non sembra cambiato il criterio. Lo stigma non è stato minimamente sconfitto e molte comunità, oggi come ieri, scaricano la propria rabbia su gli anelli più deboli.

      Per questo motivo le storie del passato servono, per cercare di seminare messaggi dentro le persone e permetterci di vedere il mondo da un punto di vista diverso.

      Ti mando un forte abbraccio e spero di risentirti presto su queste pagine Adriana.

      Rispondi
  2. E’ veramente impressionante pensare come sia stato possibile rinchiudere un bambino di 12 anni per una incuria dei grandi che lo avrebbero dovuto proteggere, e come sia stato possibile che un bambino sia diventato ragazzo, poi uomo, poi anziano, non potendo conoscere la libertà, non potendo conoscere la vita. Gli hanno tolto ogni possibilità, mi chiedo quanto abbia potuto rimanere in se, capire la sua situazione.
    Spero solo che la fantasia gli abbia permesso, almeno, di immaginarsi una vita tutta sua fuori da qualsiasi costrizione e che lo abbia accompagnato per tutto il tempo.
    Dobbiamo essere sempre attenti e vigilare, perchè le società che se la prendono con i più deboli purtoppo non esauriscono mai e trovano sempre il modo di reprimere ed escludere gli emarginati, i poveri e tutti quelli che non corrispondono a degli stereotipi di perfezione decisi da qualcuno.
    Per questo ringrazio te per il tuo lavoro, sempre attento ed emozionante e mi permetto di ringraziare, se posso, anche Kati, che ha lasciato un commento, perchè è grazie a lei e a tutti quelli impegnati in questo difficile lavoro se ora abbiamo una società migliore.

    Rispondi
    • Carissima Francesca, grazie per il commento.
      Raccontare il manicomio mi ha fatto entrare in contatto con dinamiche, realtà e situazioni che credevo assolutamente impossibili, anche per l’immaginazione. Ma sono proprio queste emozioni fortissime che tracciano un quadro definito di antropologia manicomiale, con i suoi 3 protagonisti: i pazienti, il mondo “dei normali” e gli infermieri, gli unici che sono a cavallo fra i due mondi, custodi di storie che ci offrono uno spaccato storico di ineguagliabile valore.

      Certo che puoi ringraziare Katia, assolutamente, se vuoi farlo pubblicamente puoi andare sul suo commento e schiacciare RISPONDI e scriverle quello che vuoi, ho abilitato proprio ora la possibilità di farvi interagire anche fra di voi: essere riuscito a creato un rete, dei legami, fra voi lettori non ha assolutamente prezzo.
      Un forte abbraccio e a presto.

      Rispondi
  3. Sono in lacrime, si la mia anima ha subito uno scossone, non so esprimere le mie emozioni, i miei stati d’animo,le mie riflessioni, so solo che questo scritto mi da tormento, pensando all’indifferenza umana, alla reclusione in genere, alla privazione della libertà. Grazie grazie di cuore x i tuoi lavori. Ti seguo sempre con ammirazione.

    Rispondi
  4. Ti leggo e ti rileggo e come in un film rivedo e risento tutte le emozioni provate in 38 di manicomio e in seguito comunità per cui assieme ad altri ci siamo battuti x l’apertura. Ricordo il timore e la paura dei miei primi passi,paura di non essere in grado di capire,di aiutare,l’empatia arrivata subito istintiva per alcuni e altra dopo essere riuscita col tempo a superare le barriere che si sovrapponevano. Affetto,paura,rabbia,impotenza e anche a volte antipatia ma mai indifferenza ,tristezza e gioia hanno costellato il mio percorso manicomiale.Ricordo tutti i miei pz e sono stati tanti,di qualcuno il ricordo è più fievole,ma per tanti altri ricordo benissimo il loro sorriso,i momenti di tristezza e disperazione, quelli di aggressività rivolti a qualcuno di noi o a se stessi ma in effetti solo una ribellione alle cattiverie della vita.Ho fatto tanti pianti con loro ma anche tante risate e se oggi sono come sono una parte è anche merito loro. Ciao Giacomo continuerò sempre a leggerti con piacere buon lavoro e un abbraccio.ps ho condiviso questo tuo con una Dott.di Torino con cui ho lavorato nei primi anni di O.P molto brava,molto umana e che mi ha insegnato tanto,spero ti faccia piacere.

    Rispondi
    • È un vortice di emozioni quello che hai scritto Katia e ti ringrazio per averlo condiviso con la Dottoressa di Torino, certo che mi fa piacere cara, assolutamente si. Il sito serve proprio a questo, a condividere.

      Avere il tuo commento così intriso di emozioni, di verità e di ricordi in questo post ha un valore grandissimo per me. Le tue parole Katia mi hanno emozionato perché sei riuscita ad offrire, a me e a tutti i lettori, un disegno a tinte forti di quei “legami” che hai instaurato durante il tuo percorso e la tua esperienza.
      E di questo non finirò mai di ringraziarti, sperando un giorno di riuscire a conoscerti di persona.

      Un forte abbraccio

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