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Reparto Donne Agitate

Tutto cominciò nel 2007.
Era una fresca e soleggiata giornata di Marzo quando varcai per la prima volta l’ingresso del manicomio di Imola: l’Osservanza.
Una schiera di padiglioni identici, una geometria meticolosa di architettura manicomiale, come se la normalizzazione del comportamento passasse attraverso gli spazi dove i pazienti vivevano.

Padiglioni identici, strade identiche. Cielo cemento terra. Cielo cemento terra.
In manicomio si perdeva l’identità e respirando quell’atmosfera si percepiva esattamente tutto questo.

Ricordo quegli ambienti grandi, identici, soli, silenziosi, proprio come quel mondo spaventato e minacciato da chi viveva oltre le mura di questi ospedali. Fredde e rigide: architetture in grado di rispecchiare lo stigma.

Manicomio di Imola

Ricordo che mi fecero conoscere un fotografo interessato alla salute mentale e alla storia di questo imponente manicomio.
Ricordo la chiacchiere e ricordo il documentario che mi fece vedere prima del mio ritorno a casa: Reparto 14, la storia del medico che liberò i pazienti del manicomio di Imola, Giorgio Antonucci.

“Lui cominciò dal reparto peggiore di tutto il manicomio…” mi disse.

E io pensavo a quale potesse essere questo reparto. Immaginavo volti maschili rabbiosi con barbe incolte che gridavano. Immaginavo figure adulte che infermieri stentavano a contenere.
Volti di uomini brillanti di sudore segnati dalle rughe e dalla reclusione.

Niente di più sbagliato. Il reparto peggiore del manicomio non riguardava gli uomini.
Il reparto peggiore era Donne Agitate.

“Antonucci  pensò di partire da quelloperché era il più difficile. Se fosse riuscito a liberarlo, gli altri sarebbero venuti di conseguenza” mi disse il fotografo al termine del documentario.

E inizio a immaginare, ogni immagine che creo mi spaventa.
Immagino donne che non possono essere madri, ragazze che non possono essere mogli, femmine che non possono essere libere. E mi immagino la rabbia nelle loro grida.
Vene gonfie sul collo per espellere suoni di dissenso, di delusione, di rabbia.
Occhi sgranati, pupille dilatate e capelli sul volto. Estetica del disagio. Composizioni anatomiche della rabbia.
Una scena fastidiosa anche per la semplice immaginazione.

Donne. Semplici donne che non sono mai state sotto i riflettori della vita, vittime di sessismo, protagoniste di violenze di genere, persone invisibili e silenziose anche per la nostra immaginazione, che non riesce a trovarle uno spazio neppure “nel reparto peggiore del manicomio”.

Donne che hanno retto sulle loro spalle un peso troppo forte.

Voglio dedicare questo post a tutte le figure femminili che hanno vissuto in questi spazi e che hanno fatto qualcosa di grandioso, di rivoluzionario e indelebile nel tempo. Perché i pesi più complessi della Vita vengono sempre affidati alle persone che li possono sopportare. E le donne sono fra le figure più grandi e coraggiose in grado di reggere questi pesi.

Le storie dei vincitori si scrivono con le lacrime degli sconfitti e senza di loro, non ci sarebbe nessun vincitore. Senza le storie delle donne, le rivoluzioni silenziose del manicomio non sarebbero mai esistite.

Questo sarà un post liquido, che si aggiornerà periodicamente con solo storie al femminile.
Un mio piccolo omaggio a queste creature meravigliose.


LIA TRAVERSO

Ricoverata nel Santa Maria della Pietà di Roma

34 anni. Questa è l’età che aveva Lia Traverso quando morì in manicomio per una “Grande Febbre”.
34 anni, 12410 giorni: età sufficiente per mettere in piedi una rivoluzione che è rimasta indelebile nella memoria.

L’ospedale psichiatrico annienta giorno dopo giorno l’identità di questa giovane ragazza; emotivamente distrutta riversa in un diario tutti i suoi pensieri, la sua rabbia, i suoi istinti attraverso testi e disegni. Giornate scandite dagli stessi ritmi fra lavoro, cena, solitudine, alienazione.

E il tutto guidato dalla paura del “pericoloso a sè e agli altri”: scarpe senza lacci e cene senza forchetta e coltello.
Poteva essere pericoloso maneggiare il coltello a cena, le dicevano.
La forchetta è pericolosa, continuavano a ripeterle.
Ma Lia non era d’accordo.

Giornate massacranti per l’anima che sembravano non finire mai, dove i pasti erano l’ennesima stoccata per distruggere definitivamente il guscio della nostra umanità. Mangiare la carne con il cucchiaio è impossibile, oltre che surreale e frustrante.

Durante i turni di lavoro doveva maneggiare forbici e mazze, strumenti ben più pericolosi di un coltello o di una semplice forchetta, e non capiva il perché a cena dovesse usare il cucchiaio per fare tutto.
Può essere pericoloso maneggiare il coltello a cena, continuavano a ripeterle. Ma un giorno Lia disse basta.
Durante una cena cominciò la sua protesta: uno sciopero della fame non violento per richiedere l’aggiunta delle posate. Un protesta che presto diventò virale. Perché tutte le Rivoluzioni sono contagiose.

Una lotta di silenzi per reclamare una semplice forchetta, uno strumento elementare e banale che noi teniamo fra le mani tutti i giorni ma che ci mostra quanto il mondo manicomiale fosse distante da quello che stava oltre le mura.
Ma alla fine Lia vinse la battaglia. Grazie a Lia furono introdotte anche le altre posate, facendo crollare così un altro piccolo tassello di differenza con il mondo esterno.

34 anni. Questa è l’età che aveva Lia Traverso quando morì in manicomio per una “Grande Febbre”.
34 anni, età di lotta in cerca di una umanizzazione che sembrava incredibilmente distante.

Perché alla fine la normalità non è nient’altro che una rivoluzione che ha smesso di stupire.

Per approfondire

Lia Traverso – D’ogni dove chiusi si sta male.
La storia di Lia Traverso ha uno spazio permanente al Museo Laboratorio della Mente


ANNALISA

Ricoverata nel manicomio di Colorno

Annalisa è una donna innamorata, sogna l’amore puro, indelebile. Passerà tutta la sua vita in manicomio non riuscendo però mai a realizzare il desiderio di sposarsi.
Far scrivere lettere ai pazienti alfabetizzati era una pratica spesso usata dentro queste strutture e, generalmente, questa corrispondenza non vedeva mai destinazione.
Inchiostro su carta per scoprire se i destinatari di questi pensieri fossero persone reali oppure no. Pezzi di esistenza usati come metro di analisi. Vite e memorie confinate dentro le cartelle cliniche.

Dal 1938 al 1941 Annalisa scriverà 4 lettere alla sua famiglia che non usciranno mai dal manicomio dove era ricoverata; riceverà anche altrettanti messaggi dai suoi cari ma non scopriremo mai se sia riuscita a leggerli, alcuni di questi sono arrivati anni dopo l’ultima lettera scritta da Annalisa.

Questo è un messaggio della sorella scritto nel 1943:

“Siccome sono dieci mesi che non abbiamo più notizie della nostra Sorella Annalisa vi preghiamo di farci sapere il suo stato di salute. Abbiamo scritto tante volte senza avere nessuna risposta ed’ora siamo davvero in pensiero.
In attesa di una vostra risposta, di nuovo ringraziandovi vi porgiamo i nostri ossequi.”

E questo è l’ultimo messaggio in ordine cronologico che ha ricevuto. Datato 1947:

“Caro supritendente,
Dopo un lungo tempo che aspetavo della mia nipote Annalisa come presinte nel suo ospedale da vari anni ed è già un tempo che aspetto notizie, ma non so cosi sia avenuto le o spedito vari pacchi e anche 3 lettere ma non o avuto nessuna risposta, Dunque mi rovolgo a lei che avrà il buon cuore di farmi sapere che cose e avvenuto se si trova male o come perchè ne penso male, se per caso non avesse denaro da spedire la lettera sono a pregarla di mandarla senza francobolli che io pagherò qui quando la lettera mi recapiterà alla mia direzione.
Io sono a ringraziarlo anticipatamente
Distinti saluti”

E poi silenzio. Come quello che scaturisce da queste pagine.
E una lettera non può e non deve essere seguita dal silenzio. Quando noi incontriamo una calligrafia immaginiamo l’emozione di chi scrive, con i suoi dolori e desideri.

E cosa permette ad Annalisa di sopportare l’alienazione del manicomio? L’amore. E poco importa se l’innamorato di sempre non corrisponda, nessun problema, si cerca un altro amore, anche impossibile, senza paura.
Sognare non costa niente e, fra un silenzio e un altro, fra una malinconia e un ricordo, il sogno dell’amore puro e immortale è in grado di alleggerirci la sofferenza.

Annalisa non rappresenta un semplice individuo, incarna la figura di donna che trova nell’amore la via di fuga al male del manicomio; nelle 4 lettere che ha scritto riesce a indirizzare questo sentimento nella direzione che più le serve per sopravvivere: non potendosi ricongiungere con l’amante di sempre, si dirotterà verso il Direttore del manicomio, sopportando il peso della permanenza immaginandosi futura direttrice.

Annalisa è una donna leggera, semplice. È una donna innamorata, sogna l’amore puro, indelebile.
E l’amore è la forza più grande del mondo.

Per approfondire

Perdona il mal scritto – Lettere di Annalisa dal 1938 al 1941


NORI DE’ NOBILI

Ricoverata nel manicomio di Modena

“Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima.” scriveva George Bernard Shaw. E questo Eleonora, ma chiamata da tutti Nori, lo sapeva benissimo.

Nata in una famiglia borghese nel 1902, aveva un fratello, Alberto, e una sorella, Bice, più piccoli con cui aveva un legame straordinario. Straordinario come il rapporto che aveva con l’arte.

Durante il periodo degli studi Nori si accorge di gestire con difficoltà l’emotività, subisce le emozioni, e non riesce a tenerle a freno, perché gli artisti hanno una sensibilità più spiccata degli altri.
E gestiscono le mille emozioni in un modo diverso dagli altri.

Ma Nori sogna una vita dentro l’arte, non pensando che questa sua vocazione diventerà poi il pretesto di un grande scontro con la famiglia. Fu proprio dopo il loro trasferimento a Firenze nel 1924 che qualcosa si ruppe irreversibile.

Nori strinse interessanti legami artistici nel capoluogo toscano, muovendosi all’interno del fermento creativo locale, e iniziò un rapporto con Aniceto del Massa, figura magnetica ed ingestibile per la fragile Nori.

Ma siamo in periodo fascista e le donne non possono fare le artiste ma devono fare le donne di case, questo contrasto inizia a distruggere giorno dopo giorno i sogni e i desideri di Nori, trovando anche in suo padre una figura avversa alla propria aspirazione.
Ma gli ultimi pezzi si rompono quando nel 1933, a causa di una broncopolmonite, morirà il suo amato fratello Alberto.

La realtà era incontrollabile e Nori sprofondò in una spirala di dolore e delusione che non vedrà mai fine. Schizofrenia verrà poi definita quell’insieme di dolori dati dal lutto e dal dover intraprendere una vita decisa da altri che non vogliamo proprio fare.

Nel 1935, a soli 33, i suoi genitori la mandano in cura a Villa Igea a Modena.
Esattamente a metà della sua vita, perché dentro vivrà esattamente per altri 33 anni.

In un luogo dal tempo ovattato tipico dell’ospedale psichiatrico, Nori gradualmente decise di chiudere i rapporti con la famiglia: a partire dalla sorella per finire al padre, Nori scegli di rimanere in silenzio nel proprio disagio, senza aver più niente a che fare con quella parte di vita che aveva lasciato fuori dalla porta di ingresso dell’ospedale psichiatrico.

Ed è proprio durante la solitudine che Nori abbandona “l’Eleonora che doveva essere” per diventare la “Nori che aveva sempre desiderato”: prende un pennello e comincia di nuovo a dipingere, definendo il suo ciclo artistico più importante.

L’insieme di dolori che aveva Nori nell’animo avevano un volto, che dipingerà senza paura, guidata dal genio dell’arte: un serie corposa di autoritratti racconteranno poi al mondo la visione di un’artista che non sono riusciti ad uniformare allo stereotipo di donna dell’epoca.

Durante la sua “seconda vita” in manicomio, il personale medico non interferirà mai nelle sue opere e la lasceranno totalmente libera di creare. Ogni supporto era così una potenziale tela vergine su cui riversare un suo dettaglio di identità; dai coperchi delle scatole alle lastre mediche, tutto era comunicazione, tutto era spazio narrativo dove uno spicchio di Nori si depositava.

E man mano che il tempo passava e la salute di Nori diveniva più fragile, i dettagli del volto iniziavano a scomparire. Il suo ultimo lavoro risale al 1967 e ritrae Nori senza volto che vola in cielo, dipinto su una sua lastra radiografica, il titolo è emblematico e racconta come la malattia stesse prendendo ormai il sopravvento su di lei: “L’anima di Nori che sale in cielo”.

Nori morirà nel 1968, anno in cui le donne lotteranno per avere quella vita che Nori non è riuscita a vedersi riconosciuta.

Ma la sua arte ha mandato un messaggio fortissimo: qua non si parla di malattia ma di identità, di violenza su una donna che non è riuscita a seguire i suoi sogni perché la società non lo poteva permettere, si parla di espressione e di come la nostra vena creativa non possa essere domata.

Si parla di essere umani e di come il dolore sia una componente naturale della nostra vita, che non può essere evitato ma può essere esorcizzato.

E si parla di sogni, della missione che ognuno di noi si porta dentro l’anima: Nori è arte pura e la sua pittura non è scomparsa con la sua morte ma ha trovato casa dentro il Museo Nori de Nobili, uno dei pochi Musei interamente dedicati ad una figura femminile, che è anche un Centro Studi sulla Donna nelle Arti Visive Contemporanee.

Un riscatto per chi voleva disegnarle addosso una vita che non era la sua.
Perché i sogni, anche se provi a seppellirli, troveranno sempre il modo per bussare alla tua porta: se ce li hai, vuol dire che sei l’unico che può realizzarli.

Per approfondire

Museo Nori de Nobili


LAVINIA ADAMI

Ricoverata nel manicomio di Rovigo

“Eccola là, l’amica di Matteotti” così chiamavano Lavinia Adami nel manicomio di Rovigo.
L’amica di Matteotti, internata perché socialista durante il fascismo.

Lavinia nasce nel 1892 da una famiglia di Badia Polesine, unica femmina su 6 fratelli.
Dopo aver studiato ed essere occupata come contabile in aziende locali, Lavinia inizia a seguire movimenti politici di sinistra che la porteranno a fare militanza e a lasciare la famiglia, non allineati con le idee della figlia.

1919, periodo di scioperi e Lavinia entra nell’occhio del ciclone perché accusata di fomentare la rabbia e di spingere proteste, in chiave marxista; proprio in questo momento Lavinia perderà il posto lavoro e non troverà più occupazione a titolo definitivo.
E contro ogni stereotipo del periodo, Lavinia darà alla luce Arga da nubile nel 1927.

Donna, socialista e madre nubile sono tratti assolutamente non idonei al periodo storico, tanto che Lavinia fu ricoverata nel complesso di Granzette nel 1937 perché “pericolosa a se stessa e agli altri”.

Nei primi anni di manicomio Lavinia, parallelamente ad una corrispondenza con la figlia che finì in orfanotrofio, iniziò proteste contro le misure della struttura, tutte soffocata dalla contenzione e dall’insulinoterapia.

Le proteste continuarono anche durante il peggior periodo che questo manicomio abbia vissuto, quello del 1943/45 dove aumentò vertiginosamente il tasso di mortalità e le misure restrittive, perché Lavinia aveva in fondo al cuore il desiderio di giustizia sociale.

Ma nessuno può resistere per sempre.
Gradualmente le proteste di Lavinia iniziarono a farsi più deboli e finì inesorabilmente per uniformarsi al manicomio.

L’Amica di Matteotti, così veniva chiamata nel manicomio, era una donna scaltra che è stata soffocata da un mondo troppo più grande di lei.

Morirà nel 1976 in manicomio.
Lavinia non è una semplice donna morta in manicomio, è la femmina che non ha seguito le regole che voleva il regime, è la donna che dice NO in un periodo di teste abbassate e di accondiscendenza, è la figlia della libertà delle scelte e di chi non si volta dall’altra parte di fronte alle ingiustizie della vita.

Lavinia diventerà così senza tempo, simbolo della donna che ha tentato di liberarsi dalle catene dello stereotipo per vivere la propria vita.

Oggi giace in un ossario di un cimitero di Roverdicrè.

Per approfondire

In memoria di Adami L.


CAMILLE CLAUDEL

Ricoverata nel manicomio di Montfavet

Camille Claudel nasce nel 1864 a Fère-en-Tardenois, nell’alta Francia.

L’arte arriva presto a bussare alla porta del suo cuore: all’età di 6 anni inizia a realizzare i primi modelli e a 13 inizia prendere lezioni di scultura, la vocazione che l’accompagnerà per tutta la sua vita.

Perché è proprio grazie alla scultura che Camille riesce a dare forma alle sensazioni, alle emozioni e ai desideri.

[…] Sapete cos’è una vocazione? Voi avete mai avuto una vocazione? No, non uno scopo, l’arte non ha uno scopo! Una vocazione è una felicità pericolosa ma senza fine, è la più grande fortuna che si possa avere al mondo! È una funzione quasi animale, fisica, capite? Una maniera di esistere che abbraccia interamente chi la possiede… […]

da Camille Claudel et MOI di Chiara Pasetti

Seguendo il suo cuore, e contrastando il disprezzo della madre verso quel linguaggio artistico tanto amato dalla figlia, Camille continua gli studia presso l’Accademia Colarossi, allieva del maestro Alfred Boucher.
Dopo 3 anni di attività, Alfred lascerà il posto ad August Rodin, momento indelebile nella vita di Camille.

24 anni di differenza: lei vedeva la sicurezza di un padre, che la protegge e supporta il suo cammino artistico, lui la freschezza della creatività e la libertà della giovinezza.
I due diventano amanti e fonte di ispirazione l’uno per l’altro: un rapporto denso, vivo e abrasivo che eleva al massimo entrambe gli individui, nonostante Rodin avesse già un’a’altra relazione con la compagna Rose Beuret.

Storia che si trasforma in tormento, farcita di sogni e di consapevolezza che quell’amore non crescerà nelle stesso modo in cui evolve la sua arte, in un mondo dove una donna artista viene schiacciata dal peso del patriarcato.

Ma Camille continua a creare, con l’anima sofferente di dolore, fino al drammatico giorno in cui suo padre morirà.

Rimasta così sola in una relazione fatta di rabbia, compromessi e impotenza in cui non si sente mai completamente protagonista nella vita di Rodin, e senza più quella persona che l’aveva sempre supportata sin dai suoi primi modelli, Camille crollerà.
Sarà internata nel manicomio di Montfavrt appena una settimana dopo il decesso, distrutta dal dolore e da una società che non riconosce alla donna lo stesso peso dell’uomo.

Camille rimarrà in manicomio 30 lunghi anni. Degenza e solitudine. 30 anni senza visite.
30 anni senza gli occhi della madre e del fratello, perché furono proprio loro a volerla in manicomio nonostrante il parere dei medici che non lo ritenevano necessario. Sola insieme ai suoi demoni.
Come del resto al suo funerale, nel 1943, dove era presente solo il personale infermieristico.
Sola. E ben presto anche dimenticata insieme alla sua arte.

Ma sappiamo che l’arte figlia del cuore e del desiderio non muore con la nostra carne: dopo ben 74 anni dalla sua morte, viene inaugurato il primo museo al mondo a lei dedicato a Nogent-sur-Seine, dove conobbe il maestro Boucher, ed è stata rivalutata come una delle più grandi scultrici della sua epoca.

In quel marmo, bronzo e terracotta con cui ha realizzato le sue opere, Camille incide il disagio e la rabbia rendendo immortale la rivendicazione di essere una donna libera.

Il corpo non fu mai reclamato dai parenti e giace in una fossa comune.
Ma la sua arte e il suo tormento vivono ancora.
Perché possiamo distruggere una vita ma non possiamo distruggere quello che rende una vita viva.

Per approfondire

Mademoiselle Camille Claudel et Moi


ADALGISA CONTI

Ricoverata nel manicomio di Arezzo

Image generated with AI. Prompt: broken dreams, in style of art brut, white background, monochromatic –ar 16:9

Sorrisi, abbracci, relazioni e felicità. E poi silenzio. Un silenzio lungo 70 anni.
Se dovessi descrivere Adalgisa Conti scon una serie di parole utilizzerei esattamente queste.
Nata il 28 maggio del 1887 nella cittadina di Anghiari, si sposerà nel 1911 ed è ricordata come una persona solare, gioiosa e intelligente.

Un profilo sereno, che nutre grandi aspettative dalla vita, ma i sogni e desideri della nostra giovane ragazza di infrangono dopo appena due anni di matrimonio.
Una relazione probabilmente insoddisfacente, non appagante, arida e senza quei sogni che avevano sempre caratterizzato la vita di Adalgisa, la porteranno comunque a non perdere la fiducia e speranza dell’amore, anche se soffocata da un legame matrimoniale che diventa sempre più stretto. Una sofferenza che la porterà a tentare il suicidio e porterà il marito ad internarla nel manicomio di Arezzo dove le fu diagnosticato un delirio di persecuzione tendente al suicidio. E da questo manicomio non ne uscirà mai più, lasciandoci all’età di 95 anni.

“Prova a scrivere di te, a raccontare la tua vita, Adalgisa.” queste la parole del medico che, nei primi anni di manicomio ha permesso ad Adalgisa di esprimersi attraverso questo linguaggio. Non sappiamo se la finalità fosse terapeutica oppure editoriale, quello che sappiamo è che quella fu l’unica e ultima testimonianza di Adalgisa.

Un silenzio e mutismo che siespanderà negli anni fino ad accompagnarla alla sua morte. 70 anni di silenzio.
Come descrivere i sogni infranti se non attraverso il silenzio? Attraverso un non-vita che caratterizza lo stato dell’individuo nel manicomio? Non credo ci siano sistemi migliori.

Perché la vita che ci viene impedita di vivere non la si può neppure raccontare a parole, la si racconta solo con il vuoto del silenzio, la si racconta con un’esistenza non comunicatrice, rassegnata e sconfitta da un mondo ingiusto che vedeva la donna su un gradino più basso rispetto all’uomo.

E quando imaginiamo cosa avrebbe potuto fare, riempiendo quel vuoto che Adalgisa ci ha lasciato, facciamo un regalo a tutte le donne invisibile che sono morte isolate nel manicomio perché ci riusciamo ad immaginare un futuro che non hanno vissuto.

Oggi il lavoro di Adalgisa, raccolto nel libro Gentilissimo signor Dottore questa è la mia vita, è un manifesto di come il manicomio sia stato un mostro del nostro passato, un manifesto della condizione femminile nei primi del 900, in un’Italia culturalmente troppo fragile emotivamente che trasformava in sbagliate tutte le donne che non vivevano come la società si aspettava dovessero vivere, che non si conformavano agli schemi.

Il delirio di persecuzione tendente al suicidio diventa quindi un’etichetta di tutte quele donne che si sono sentite inadeguate, distrutte dal senso di colpa anche per aver avuto la forza di liberarsi dalle strette catene delle convenzioni sociali, per pulsioni assolutamente normali ma convenzionalmente non accettate.
Un’opera che racconta un criterio, in cui il maniocmio è stato uno stretto alleato e che, anche grazie a lei, è riuscito ad emergere dal nascondiglio della “socialmente tacita accettazione”.

Per approfondire

Conti Adalgisa


ELFRIEDE LOHSE-WÄCHTLER

Ricoverata nel manicomio di Sonnestein

Image generated with AI. Prompt: schizophrenia, in style of Elfriede Lohse-Wächtler, monochromatic –ar 16:9

Ho scoperto Otto Dix durante il mio ultimo anno di scuola e lo inserii nella tesina per l’esame, ricordo che rimasi affascinato dalle ilustrazioni che ritenevo “un mix fra punk e provocazione”. Otto Dix, artista tedesco che ha vissuto nella Germania del Nazismo, pacifista convinto perché siopravvissuto alla Grande Guerra, era solito raffigurare gli ultimi e le vittime della guerra condensando nelle sue illustrazioni una forte carica simbolica, con una spiccata critica sociale.

Dopo la Grande Guerra, esattamente nel 1919, Dix si stabilità a Dresda parteipando a un gruppo di Secessione artistica, ed è proprio in questo periodo che entrarà in contatto con una giovane Elfriede Lohse-Wächtler, pittrice di stampo espressionista.

La permanenza a Dresda della Elfriede durò soltanto pochi anni perché, nel 1922, si trasferì insieme al marito prima a Görlitz e successivamente ad Amburgo.

Le difficoltà sia relazionali che economiche faranno avere un crollo nervoso a Elfriede la quale fu ricoverata in un ospedale psichiatrico di Amburo. In questo contesto complesso e diffcile, Elfriede dipinse le Teste di Friedrichsberg, una serie di ritratti di pazienti della struttura; una volta dimessa la nostra artista vivrà un periodo estremamente creativo, anche grazie alla seprazione dal marito, come se quell’esperienza le avesse donato occhi nuovi per la creatività.

Ma questo non bastò per farle vivere una vita degna: le contnue difficoltà finanziarie e lo sprofondamento in un isolamento sociale la xostrinsero a tornare a vivere a Dresda dai sui genitori, evento che influenzerà negativamente la sua salute mentale, al punto di portare il padre a farla ricoverare in un altro ospdale psichiatrico.

Schiziofrenia fu la diagnosi, “follia incurabile” la dichiarazione che la resero giuridicamente inabile.
Elfriede era ufficialmente una malata mentale in un epoca in cui era in corso il programma Azione T4 messo in atto dal Governo nazista per epurare dalla società tramite eutanasia le “vite indegne di essere vissute” per epurare la società da tutte quelle forme di “diversità” che potevano inquinare la società “perfetta” ariana.

In rifiuto di stelirizzarsi volontariamente le costò l’impossibilità di uscire dall’ospedale ma non la salvò da questa pratica brutale: fu trasferita nell’ospedale femminile di Dresda-Friedrichstadt dove le fu pratica forzatamente.

Dopo la sterilizzazione Elfriede smise di dipingere, come se la sua fertilità fosse legeta alla propria creazione artistica: se non può generare vita non può neanche generare arte. Vita e arte in un legame indissolubile.

Nel 1940 fu traferita nell’ospdale di Pirna-Sonnenstein dove fu uccisa per effetto del programma di eutanasia Azione T4.

Una parte della produzione artistica di Elfriede fu sequestrata dai nazisti perché ritenuta Arte Degenerata.

Per approfondire: qui una lista di artisti perseguitati dal regime nazista (pagina in lingua tedesca)

Ma la sua arte non morirà, sopravviverà al tempo e alla repressione nazista tornando fra la collettività nella prima metà degli anni 90, dove finalmente fu riconosciuta come l’artista che meritava di essere.

Per approfondire

Elfriede Lohse-Wächtler

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