Architetture di esclusione

“Nessuna contenzione.”

Con queste 2 parole la sintesi del lavoro di John Conolly, psichiatra inglese che liberò il manicomio di Hamwell, una piccola cittadina del distretto londinese di Ealing, dai metodi violenti nella gestione dei pazienti.

Era il 1839, epoca Vittoriana, quando Conolly si insediò nel St Bernard’s Hospital e, nello stesso anno, vi riuscì a rimuovere la contenzione. E fu una Rivoluzione. Cominciare a lavorare in modo diverso con i pazienti.
Perché la contenzione genera più problemi di quelli che già esistono.

La contenzione soffoca l’anima, priva la dignità della persona e le rende impotente di fronte alle persone che ha vicino. Lesioni fisiche e psicologiche capaci di restare profondamente ancorate alla parte più intima del nostro corpo, creando paure ancora più drammatiche.

Conolly vide l’urgenza di liberare queste persona da questa forma di schiavitù, situazione che avrebbe reso impossibile ogni possibilità di relazione. Perchè chi è legato non è libero nè di muoversi nè tantomeno di pensare. Quello che ti blocca le braccia in un qualche modo  ti blocca anche la testa.
I tuoi pensieri non corrono liberi. Immobilismo di pensiero e di movimento.

Conolly morì nel 1866.

Dieci anni dopo, nel manicomio di Siena, entrò in funzione un padiglione che portava il suo nome. Ma che non condivideva i metodi che questo psichiatra aveva lasciato al mondo.

Ho visto per la prima volta il padiglione Conolly nel 2008. E non me lo dimenticherò mai. Ricordo una sensazione strana, di smarrimento, impotenza e frustrazione di fronte a quel padiglione.

Conolly Siena

Ottobre 2008, è una giornata fresca ma soleggiata, piacevole. Fuori c’è un buona luce. Sono emozionato perché, per la prima volta, entrerò dentro ciò che resta del manicomio di Siena.

Dopo una breve passeggiata posso notare che buona parte del complesso manicomiale del San Niccolò è stato riconvertito a diverso uso. Cammino in un ambiente splendido, fra studenti universitari e locali restaurati, in cerca di memorie manicomiali da fotografare.

Vedo le insegne rimaste della “Città della Follia”, la monumentale trasformazione in chiave ergoterapica che ha avuto questa struttura sotto la direzione di Livi. Mi emoziona. Scatto. Ma resto in attesa di qualcosa di forte.

Che non tarda ad arrivare.

Mi accompagnano di fronte a quella che è l’unica struttura rimasta abbandonata del complesso. Non è molto grande ed è anche compromessa a livello architettonico. Ma varcare la soglia di ingresso mi porta un nodo alla gola incredibile. Sto entrando dentro il padiglione Conolly: il padiglione punitivo per i “Clamorosi”.

Questa reparto si presenta come Panottico, forma circolare che permette il controllo di più persone con il minimo di sorveglianti. Architettura di esclusione che mischia geometria a controllo.

Dentro l’amonia di un semicerchio ci possono stare tanti pazienti quanti il nostro campo visivo riesce a contenerli.
Senza muovere la testa. Solo muovendo gli occhi. Perchè nelle architetture di esclusione gli angoli sono sinonimo di difesa, di rifugio. E non possono esistere.

Un semplice movimento degli occhi e tutta la platea dei peggiori pazienti era sotto controllo.

(panoramica del padiglione Conolly)

Scatto. Famelico. Mi metto nella postazione centrale e cerco di fare una panoramica, mi metto nella stessa posizione degli infermieri che controllavano i pazienti. Fermo. Nel centro. Con la macchina in mano. Tutte le celle coperte dal mio punto di vista. Scatto. E mi immagino le grida e i colpi sulle porte dei pazienti.

E mi immagino anche la direzione del loro suono. Senza muovere i nostri sensi possiamo capire da dove provengono i colpi. Le grida. La rabbia.

Ma voglio vedere di più. Voglio capire meglio la natura di questo padiglione. Così entro in una cella.

Nessun angolo. Perchè nelle architetture di esclusione gli angoli sono sinonimo di difesa e non possono esistere.
Colori sconfitti, che non sono più in grado di comunicare. Perchè quando anche un colore non è più in grado di parlare con la nostra anima, l’isolamento è totale.

E sul muro i segni della rabbia di chi ha abitato questi spazi. Il tutto circondato da un silenzio pesantissimo che ci fa capire quanto fossero violente le grida delle persone rinchiuse dietro queste porte.

Mi guardo intorno e mi sento perso. Mi sento piccolo. Stanze minuscole per contenere le grida più forti. Ambienti angusti per le anime più difficili. E non riesco a non pensare. Cammino dentro questo complesso di solitudine e dolore e penso al controllo, penso alla geometria dell’isolamento.

E cella dopo cella mi sento ferito. Mi sento spettatore di un qualcosa di brutale ma che non deve assolutamente andare perduto. E trovo ancora segni della rabbia. E qualche messaggio.

“W Gesù.
W la Libertà e la Giustiza.
W Maria.
W Lenin.”

Sono spettatore di un’umanità silenziosa, che crede, sogna, lotta e che è scomparsa dietro l’arroganza dell’esclusione.

Continuo a scattare, perché il Conolly è l’unico padiglione che ha adottato questa singolare forma architettonica (il panottico viene concepito come carceraria) trasformando così questa struttura del manicomio di Siena nell’unico esempio di panottico in campo sanitario in Italia.

“Devi vedere questa cosa, è importante”.

E mi portano vicino ad una piccola scatola di metallo attaccata ad un muro.

“Questo strumento serviva per controllare i medici, per capire se stavano facendo il loro dovere oppure se si erano addormentati”.

Una scatola di metallo con all’interno un disco.
Se i pazienti erano controllati dagli infermieri, gli infermieri a sua volta erano controllati da un medico che ispezionava il padiglione.
E chi controllava il medico? Una macchina.

Dentro questa scatola, chiusa a chiave, c’era un disco di carta circolare che girava a intervalli regolari, che il medico doveva firmare. Il giorno successivo il disco veniva estratto per verificare che fosse stato firmato e, in caso contrario, gli venivano decurtate dallo stipendio le ore corrispondenti agli spazi non firmati.

Nel padiglione che porta il nome dello psichiatra che ha combattuto la contenzione viene rappresentata la più drammatica forma di controllo verso personale e pazienti. Esattamente come in un racconto di Orwell.

Il Panottico nasce da Jeremy Bentham come “modello di carcere perfetto”: una forma circolare che poteva permettere il controllo totale da parte degli operatori.

Nel carcere perfetto di Bertham, la forma ideale era quella circolare e non semicircolare (come il Conolly) perchè, con l’aiuto di una colonna contrale, avrebbe permesso il controllo su tutta la totalità dei carcerati. Un controllo che andava oltre lo sguardo dei sorveglianti ma che si insinuava nella testa dei sorvegliati, perché potevi essere controllato sempre. Sempre. Tu non sai quando venivi guardato perché potresti esserlo sempre.

Questo è il criterio di esorveglianza del modello panottico, ti “educa” ad essere controllato in modo da alterare i tuoi comportamenti: ti svegli e sai che ti possono guardare.
Leggi e sai che ti possono guardare.
Dormi e sai che ti possono guardare.

L’ambizione di controllo non è quella di creare carceri più sicure ma quella di creare menti più deboli, quella di proibire qualsiasi forma di pensiero, quella di farti vivere con il perenne dubbio.

E questo dubbio genera inevitabilmente una paura che non possiamo affrontare perché generata da un qualcosa di perenne, di continuo, dal sentirsi sotto pressione sempre.
Una catena inesorabile di controllo, come il paziente controllato dall’infermiere che a sua volta è controllato dal medico che a sua volta è controllato da una macchina. E la macchina esegue gli ordini del controllore.

Perché queste architetture di esclusione sono figlie di un pensiero che non accetta le differenze, figlie di un’omologazione che non tollera le diversità e che cerca di educarla attraverso la strada più semplice: quella della paura.

E non posso non pensare al nome dello psichiatra Conolly, che ha lottato contro la contenzione, che si ritrova come simbolo di uno dei padiglioni manicomiali più duri di tutto il nostro paese.

Perché, se la contenzione fisica aggiunge problemi a quelli già esistenti, quella mentale ne genera di peggiori.

Controllare il pensiero attrverso una conformazione architettonica.
Queste sono le architetture che dobbiamo combattere.

Approfondimenti:

La Proposta Cooperativa Sociale – Bentham ed il panopticon

Siena News – Il Panopticon: sorvegliare per “rieducare”. Dal modello carcerario al Conolly

Cambridge University Press (ENG) – John Conolly and the treatment of mental illness in early Victorian England

Indiana University Press (ENG) – A Brilliant Career? John Conolly and Victorian Psychiatry

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5 commenti su “Architetture di esclusione”

  1. Memoria e riflessione attualissima. Le tecniche del controllo sociale oggi sono sempre piu’ sofisticate fino alla cattura dell’anima con la complicità del catturato. L’annullamento della volontà della vittima un tempo era coercitiva sulle minoranze come ai tempi di Connolly; oggi nell’Occidente sovrasviluppato è manipolativa di massa ma sempre con regie attente a dosare il meccanismo di stimolo (paura) e risposta (pseudorassicurazione ludica o con pilotaggio della rabbia sociale)

  2. Grazie del tuo commento Stefano.
    Quando ho cominciato a scrivere questo post sapevo di tutte le infinite diramazione che il concetto di “controllo” che si porta dietro il panottico ci potevano essere. Questo singolare edificio, unica testimonianza in campo sanitario, è il simbolo di un criterio che è andato avanti nel tempo, oltre il manicomio. Interessantissima la tua riflessione sul mondo moderno, sulla complicità del “catturato” che condivido completamente: se il Panottico educava in certo senso ad essere “controllati”, oggi esistono metodi estremamente più invasivi, perfidi e mascherati da uso quotidiano.
    Come a dimostrare che oggi non ci sia più bisogno della violenza per “controllare” le persone ma di sistemi estremamente più penetranti che ci lasciano con il dubbio se quello che stiamo facendo sia perché seguiamo una nostra idea oppure no. (Pilotaggio della rabbia sociale, come hai citato, è l’esempio lampante).

    Grazie infinite per il tuo commento, stimolante ed interessante. A presto

  3. Come sempre i tuoi post mi portano a una profonda riflessione sul genere umano, sulla sofferenza occulta, sul dolore subito e gridato senza voce. In questo post ” il controllo dell’anima “, l’imprigionamento dell’anima e del corpo è la casa che più mi fa riflettere e fa male, forse xche’ è anche un momento particolare della mia vita che sto attraversando. Grazie x i tuoi scritti non sono brava con le parole, ma apprezzo tantissimo il tuo lavoro. Grazie.

  4. E’ incredibile come l’essere umano abbia sempre sfruttato il suo intelletto per sottomettere il prossimo e quanto poco lo usi per risolvere i problemi. In questo modo si cerca sempre una scorciatoia, crei problemi ti rinchiudo, ti isolo, ti nascondo. Purtoppo queste cose sono sempre esistite e dimenticarle o ignorarle fa si che si ripetano all’infinito.
    Grazie a persone come te si può ricordare, per riflettere, studiare e fare in modo che non accadano più.

  5. Un tratto che è rimasto indelebile nell’uomo è l’istinto di sopravvivenza, anche se la linea che lo separa da sopraffazione è decisamente breve.
    Fortunatamente non possiamo generalizzare ma, se guardiamo bene la storia, l’uomo ha spesso utilizzato il proprio ingegno per sottomettere masse e popolazioni.
    Ricordare queste cose serve per non farle morire, perché il passato che è stato dimentica spesso ritorno in modalità che non siamo in grado di riconoscere.
    Graziedel commento Francesca

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