Annalisa e le lettere dal manicomio

Sono nascoste nel buio e fra la polvere.

Nel silenzio e lontano dal contatto umano, inserite all’interno di buste collocate dentro cartelle cliniche.

Sono nascoste ma esistono. Sono lettere. Corrispondenza che non ha mai lasciato le mura degli ospedali psichiatrici. Epistolario di dolore e speranza.

Negli anni in cui i manicomi erano attivi, quella di far scrivere lettere ai pazienti alfabetizzati era una pratica molto usata. Lettere che però non venivano mai recapitate ai loro destinatari.

Su queste pagine possiamo vedere una delle più autentiche testimonianze umane di vita manicomiale.

C’è chi scriveva ai parenti, al marito o alla moglie, alle istituzioni e a personaggi non ben definiti, il tutto con una spontaneità unica. Carte e penna come veicolo di fuga dalla reclusione manicomiale, come uno spazio che in qualche modo li riuscisse a collegare al mondo fuori dalle mura del manicomio.

Parole che raccontano disagi, amori, dolori, speranze, desideri e stati d’animo. Dettagli unici di un’umanità confinata sull’orlo dell’oblio.

Parole nascoste ma che esistono.

Novembre 2017

Entro nell’archivio in cerca di queste lettere, non ho mai visto e toccato con mano questa immensa testimonianza.

Cerchiamo. Non è semplice. Continuiamo a cercare. L’odore dell’archivio è sgradevole: sa di chiuso, di polveroso.
Odora di solitudine e abbandono, come le testimonianze che sono nascoste al suo interno.

“Eccola, ho trovato qualcosa” dice la guida che mi sta accompagnando in questa ricerca.

Mi metto a sedere sul tavolo, mi metto gli occhiali, accendo la macchina fotografica e mi trovo davanti a me delle buste chiuse. Il cuore batte molto forte quando ne prendo in mano una.

L’apro con delicatezza e trovo finalmente una lettera. Il cuore batte forte e scompare l’odore di abbandono, forse cancellato dall’emozione.

Aprire una di queste buste è una sensazione fortissima, è come scoprire un segreto che puoi divulgare a tutti.
È come liberare da una coltre di vuoto il messaggio di una persona che non è mai stato recapitato a nessuno.

Ecco, in quell’esatto momento l’emozione si trasforma in responsabilità. Non sei più uno spettatore ma un veicolo del messaggio. Sei un destinatario involontario. Una delle poche persone che hanno avuto modo di leggere i desideri e le richieste di questi pazienti.

Fra le mie mani una lettera scritta da Annalisa. Calligrafia tremula e una narrazione delicata. Dalle sue parole mi sembra un animo puro, gentile e semplice. I tratti tipici di quegli animi che possono essere schiacciati dal mondo.

Scatto. Sento il dovere di diffondere la voce di questa persona che non conosco, ma il dolore è un linguaggio che ci rende inevitabilmente tutti fratelli.

Torno a casa e decido di iniziare la trascrizione. Non è semplice ma l’idea di rendere pubblico un messaggio che fino a poco tempo fa era sepolto nel silenzio mi infonde tantissima energia.

Simulo con le dita i tratti dello scritto, modificandone la pressione a seconda dello spessore del carattere. Cerco di muovermi come le sue mani si sono mosse quando scrisse questa lettera. Come a creare un collegamento. Una danza della scrittura. Dalla pressione e dai movimenti possiamo immergerci in quell’attimo in cui Annalisa tracciò lettere sul foglio. Nella sua narrazione. Quanta umanità si può nascondere dentro la geometria delle lettere?

In questi gesti un linguaggio silenzio che grida speranza.

Qua di seguito la trascrizione di una lettera datata Settembre del 1939.

Nella speranza che il suo messaggio possa riuscire a entrare nell’animo delle persone.
Nella speranza che i suoi desideri non siano inutili.
Nella speranza che Annalisa non sprofondi nell’oblio.

 

Annalisa – 17/09/1939

“Gentilissimo Signor Dottore,

questa lettera gli scrivo a lui Antonio per dirgli che sono assai stanca di stare qui nell’Ospedale di psichiatrico perchè invece di stare meglio sto peggio

perchè quando sono calma mi fanno agitare

facendo credere che vada a casa invece rimango di più, perchè voi avete fatto le carte di entrata, e adesso non di uscita per incontrare il matrimonio verso la felicità con un giovanotto con gli occhi blu e capelli castagni di nome Savic amico di Matteo.

Si o no voglio la risposta hai compreso.

La domenica signor Antonio che cosa fai telefono forse a Claudio ossia Andrea sempre medesimo nome di farmi morire oppure di portare al cimitero ben viva e sepelirmi così davanti agli occhi di Savic perchè non ha sofferto abbastanza.

È così duro far capire al Dottore la mia vera vita leggi (il libro dei piccoli martiri)

Antonio caro mi raccomando se vai in chiesa di pregare Iddio di uscire più presto possibile di questo maledetto manicomio hai capito, portare fuori di qua lui Dottore Antonio e Savic Tre e basta.

Presto possibile altrimenti mi ne vado fuori da me sola, perchè non vado a dormire nelle pensionante come una povera orfanella, e dispresiata infermiera, perchè manca lui e c’è troppa gelosia.

Parti subito di improviso trovati qui a alle ore quattro in casa di dottor Claudio prima di lunedì.

Parti subito presto che voglio usci di qua, sono stanca.

Ricordo il regalo di 14 Settembre e non 18

L’inferno è rosso il manicomio è giallo come Francia e Parigi, non fa le orecchie di mercante benchè c’è la guerra di Tommaso, voi oppure Tommaso verrà a tirarmi fuori di qua.

Finito.

Tutte le domeniche avrai una lettera da me affinchè abbia la risposta.

Saluti e baci.”

Vieni a scoprire il mio ebook sulle lettere scritte in manicomio e mai spedite

[Nota: Per motivi di Privacy, i nomi contenuti nella lettera e quello di Annalisa stesso,  sono stati inventati.]

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