Il contenitore sociale di Colorno

I colori della primavera sono meravigliosi. Unici. Il cielo blu che sembra dipinto. Quello che vedo fuori dal finestrino rilassa. Conforta. Come se ci preparasse a quello che dobbiamo ancora vedere: il manicomio di Colorno. Struttura meravigliosa. Indimenticabile. Intorno al manicomio silenzio. Quel clima di calma artefatto. Una bolla dove una parte del tempo sembra essersi fermato per darci modo di viverlo di nuovo e di poterlo raccontare.
Per darci il tempo di non dimenticarlo.

Aspetto la guida e mi preparo a entrare. Cielo azzurro e silenzio. E la primavera fuori dal manicomio. Camminiamo nei corridoi. Silenzio. Soltanto il rumore dei passi ci tiene compagnia.

“Adesso andiamo su che devi vedere una cosa”

C’è un clima malinconico qua dentro. Un’atmosfera diversa dagli altri luoghi. Cosa si nasconde veramente fra queste mura? Scatto ma ancora non lo capisco.

La guida sale al piano di sopra e mi mostra una stanza che si estende oltre una porta ad arco. Pareti bianco innocenza. Due sedie di legno vissute poste oltre l’entrata e di faccia al muro. E sulla parete i segni indelebili di una libreria.

“Questo è il PARADISINO, è la stanza che era dedicata alla biblioteca. Ed è anche la stanza più in alto del manicomio”.

Manicomio Colorno

Il firmamento.
Il Paradiso del manicomio è il luogo dove si conserva la cultura. Il luogo dove imparare. Dove conoscere.
Il Paradiso del manicomio è il luogo dove si può imparare a vivere senza manicomio.

E’ una scena che mi colpisce molto, scatto perché immagino i lettori su quelle sedie. Ma soprattutto mi immagino le mensole che un tempo erano oltre quei segni. Quei segni sul muro sembra un grido disperato di quella cultura che è scomparsa. Sembra una metafora.

Il Paradiso del manicomio è il luogo dove si conserva la cultura. Ma l’inferno del manicomio è il luogo dove la si cancella.

Scendiamo le scale e mi rimane stampata nella memoria la scena del Paradisino.

Continuo a camminare dentro il silenzio del manicomio di Colorno, fra le sue stanze fredde, buie. E dalle finestre un forte contrasto fra la primavera che c’è fuori e l’inverno che c’è dentro.

Mi trovo di fronte una stanza con tavolo e sedie. Pavimento corroso. Pareti verdastre. Manicomio consumato dal suo stesso silenzio. Manicomio consumato dalla sua stessa solitudine. Cosa nasconde veramente questo luogo? Scatto ma ancora non lo capisco.

Manicomio Colorno

Non sono molte le aree visitabili a causa della sua instabilità e spengo la macchina per dirigermi verso l’uscita. Verso il cielo blu di questa tranquilla cittadina. Ma sento che qualcosa è cambiata. E’ stato piantato un seme.

Questo è il luogo che mi ha insegnato cosa fosse il manicomio e chi fosse Basaglia.

Il Paradiso del manicomio è il luogo dove si conserva la cultura. E il passato di questo luogo può considerarsi una vera e propria risorsa.

Parlando con la guida mi racconta delle drammatiche condizioni del passato e delle lotte che sono state fatte. Penso ancora ai segni del Paradisino. Penso alla cultura. Penso alla storia. Penso a queste cose indelebili. Immortali.
E a quella parola che usavano per descrivere questo manicomio, una delle cose più orribili che abbia mai sentito: “contenitore sociale”.

Mi raccontano di Mario Tommasini e delle grandi modifiche che ha apportato durante il suo lavoro. Prima del suo arrivo contenzione. Violenze. Il personale selezionato in base alla struttura fisica. Il personale selezionato per arginare il diverso. Prostitute, Alcolisti, persone scomode: tutti finivano dentro il manicomio per preservare la città. Contenitore Sociale. La società non li poteva accettare e venivano allontanati. E, una volta dentro, educati con la paura. Strumento perfetto. Una piramide: quelli fuori avevano paura di quelli che poi sarebbero stati messi dentro. Quelli dentro avevano paura delle persone che li mantenevano dentro. La paura esercitava una leva fortissima.

Mario Tommasini, che è stato Assessore provinciale alla Sanità e ai Trasporti negli anni 60, si impegnò in prima persona nell’adoperare cambiamenti in quel luogo: aumento del personale, riduzione delle ore, nuovi arredamenti e l’inizio di un processo di liberalizzazione.

Ma non fu semplice. Le sue idee si scontrarono con quelle della Direzione, troppo legata alle vecchie dinamiche. Perché entra ancora in scena la paura. Quelli fuori hanno paura di quelli dentro. Quelli dentro hanno paura di chi li controlla. Chi controlla quelli dentro hanno paura che qualcosa cambi. Sempre le stesse regole dettate dalla paura.

Ma quella di Colorno era da considerarsi una vera e propria pentola a pressione. Che stava per esplodere. Negli anni seguenti ci fu una grande occupazione da parte di chi si batteva per far emergere gli orrori del manicomio: infermieri, lavoratori, insegnanti.
La cultura stava distruggendo le fondamenta della paura. E, a queste proteste, si è poi aggiunto il potere della fotografia. Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin con l’immortale MORIRE DI CLASSE: la realtà manicomiale raccontata da dei grandissimi fotografi italiani.

L’occhio e il racconto magico della fotografia non lasciava niente all’immaginazione: l’orrore era tangibile. Reale. E di fronte a tutti. E dovevamo cambiarlo. Non potevamo continuare a ignorarlo.

E in tutto questo fermento, il culmine si raggiunse con l’arrivo di Basaglia come direttore nel 1970. E la rivoluzione era esplosa. La paura era finalmente affrontata.

Ed ecco che il seme piantato stava sbocciando, ecco cos’era quel qualcosa di diverso che non sapevo spiegarmi: stavo scoprendo il manicomio. Quello vero. Quello buio. Inverno. Ma stavo scoprendo anche che quel mostro poteva essere sconfitto. Che quell’inverno poteva finire. Che il manicomio era un criterio che potevamo affrontarlo solo con la testa. Solo con la cultura.
In quelle pareti ormai scolorite c’era l’orgoglio di chi ha detto NO. E nella polvere tutto il sudore di chi ha lottato contro chi voleva isolare le persone definite “scomode”.

Sono di nuovo sul treno. Testa appoggiata al vetro e sguardo fuori dal finestrino. Come che viaggia con l’immaginazione. E il continuo rumore dei binari distende la mente e fa collegare i punti che abbiamo scoperto oggi: paura – segregazione – consapevolezza – denuncia – rivolta – vittoria.

Era possibile sconfiggerlo. Oggi avevo visto il manicomio perdere. Caduto sotto la forza del rispetto, dell’amore. Oggi avevo visto il coraggio di lottare per i più deboli. Oggi avevo scoperto il coraggio. Avevo scoperto quando fosse necessaria la fotografia per raccontare la realtà. E quanto fosse potente per insegnare qualcosa alle persone. Avevo scoperto quanto fosse pericolosa l’ignoranza. Perché è proprio dall’ignoranza che parte tutto.

E’ l’ignoranza che non ci fa capire le cose perché abilmente le nasconde sotto la cappa della paura. E’ l’ignoranza che crea distinzioni. Separazioni. Fratture. Che vengono gestite sempre e soltanto con la paura.

Perché, come noi tutti sappiamo, l’ignoranza è un’arma e, come tale, c’è sempre qualcuno che l’impugna.

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Un commento su “Il contenitore sociale di Colorno”

  1. Caro Giacomo, è molto più faticoso fare quello che fai tu, informazione studio e divulgazione, è molto più semplice e mono dispendioso individuare un nemico e puntare il dito. Sembra che l’ignoranza sia diventata una sana abitudine, quello che si dice “parlare alla pancia”, ma si dovrebbe sapere che le idee escono dalla testa non dalla pancia.
    Grazie per quello che fai

    Rispondi

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