Memorie di cartapesta

Cammino e trovo un sacco legato vicino ad un tavolo.

“E’ autentico” mi dice la guida.

Non era ancora stata aperta da nessuno. Data 1945. Sono passati precisamente 60 anni. Cosa rimane della nostra vita se non siamo ricordati da nessuno? Se non viviamo nel cuore o nella mente delle persone siamo solamente abiti e processo biologico.

[Tweet “Cosa rimane della nostra vita se non siamo ricordati da nessuno?”]

“Lo vuoi aprire così vediamo cosa c’è dentro?”

Un brivido mi corre lungo la schiena e finisce alla mani, proprio vicino la mia macchina fotografica. Riuscire a vedere il contenuto di quel sacco dopo 60 anni era qualcosa di molto forte. Ero nella stanza dove i pazienti lasciavano i loro vestiti per indossare le divise del manicomio. Dentro quel sacco i ricordi di un uomo.

Aprimo il sacco e vediamo i suoi abiti, che è un po’ come se vedessimo una parte della persona.

E vero che gli oggetti possono prendere un po’ di anima di chi li ha posseduti?

Finalmente gli facciamo raccontare la sua storia. Lo liberiamo dall’oblio della dimenticanza. Come se stesse nuovamente respirando il mondo.

cogoletomix

Il manicomio di Cogoleto è un luogo carico di storie, ho passato 3 giorni al suo interno per poter ascoltare meglio i suoi racconti, vedere cosa è riuscito ancora a conservare dalla disfatta che il tempo impone a tutte queste strutture. Fra queste mura è stato girato anche la famosa clip di Simone Cristicchi “ti regalerò una Rosa”. E poi la sua ubicazione, molto visino al mare. Mi fa immaginare quando il rumore delle onde si è scontrato con quello del dolore dei pazienti.

Testimonianze che hanno bisogno di essere impresse nella retina per poter vivere, come se ci gridassero aiuto.

Accanto al faldone del 1945 trovo una stanza con un armadio. Al suo interno un cappotto rosso riposto in una gruccia e fuori delle scarpe. Come se si fossero cambiati poco fa e quell’abito fosse ancora caldo di vita: una vita che voleva ricordarci la sua esistenza.

E vero che gli oggetti possono prendere un po’ di anima di chi li ha posseduti?

Mi colpisce subito quel colore: il calore del rosso si scontra in maniera violenta con la freddezza dei colori tenui e spenti degli interni manicomiale. Un grido cromatico.

Le persone venivano spogliate di tutto, dagli abiti alla dignità. Dalla loro storia alla speranza.
Perchè è questo che fa il manicomio. Ci spoglia dall’individuo per vestirci di disagio.

[Tweet “Il manicomio ci spoglia dall’individuo per vestirci di disagio”]

Camminiamo fra i numerosi padiglioni di questo complesso fino a quando non ci soffermiamo di fronte un piccolo ingresso. Aprono quella porta e scendiamo sotto.

Al freddo e al buio.

Qua sotto trovo uno dei più importanti reperti di storia manicomiale: il presepe del manicomio di Cogoleto.
Camminiamo in un corridoio strettissimo e dannatamente buio, dopo una manciata di passi ci fanno fermare, la pupilla si dilata per l’oscurità e ci permette di intravedere qualcosa. Inizia il presepe.

Il presepe di cogoleto

Un altro fotografo che era con noi accende un piccolo faretto e noi rimaniamo allibiti: il manicomio racconta il manicomio a Natale. E’ questo il presepe dei folli di Cogoleto. Scene di vita Nataliza manicomiale ricostruita in cartapesta.

il presepe di cogoleto 2

Qua il tempo si ferma. Non esistono feste, domeniche o vacanze, il manicomio è istituzione 365 giorni l’anno. Non si prende vacanze. Il manicomio non si stanca mai. Rimane impresso nella vita dei pazienti 24 ore al giono. Sempre. Una volta entrati qua dentro gli orologi si fermano.
Morboso, invade tutti i loro spazi, dalla famiglia al loro tempo libero. Il “manicomio” non è solo la struttura ma il concetto: isolare dal mondo dei “normali” chi è “diverso”.

il presepe di cogoleto 3

In quei plasitici possiamo vedere la vita vera del manicomio nel periodo Natalizio e di come abbia invaso la vita dei suoi pazienti: i bagni con i pazienti fasciati dagli asciugamani dopo le doccie; l’esterno con i paziente sdraiati a terra ed una suora che li controlla; una classe durante una lezione.

Eccola la scena che ci fa capire in che periodo siamo, il “Buon Natale” scritto sulla lavagna.

Qua si respira il manicomio: in questi ricordi di cartapesta c’è rinchiusa tutta la voglia di libertà, la malinconia, il dolore, l’isolamento. Alla fine del presepe c’è Genova. La libertà. La nostalgia. La speranza. E tutto questo ci colpisce dritto al cuore.

Usciamo e ci prendiamo una pausa perchè è arrivata l’ora di andare a mangiare tutti insieme. Il pranzo con gli operatori è particolare, a tratti ironicamente teso quando si entra in argomenti sportivi, con il loro classico derby della lanterna. Dopo ci dirigiamo a guardare gli ultimi padiglioni. Io e la mia guida in primo piano e dietro 2 infermieri. Diffidenti.

E noto come sia sottile la differenza fra questi due “mondi”: sia infermieri che ospiti vivevano in quel “limbo” da anni e avevano antrambe sviluppato questa leggera diffidenza per l’estraneo. Entrambe. Come se si sentissere protetti dalla stessa struttura. Come se quelle mura che un tempo defendevano quelli che stavano fuori da quelli dentro, oggi avessero cambiato schieramento.

Un altro giro di foto prima di passare ai saluti.

E poi quella frase che non riesco a madarmi via dalla testa dalla testa:

“Per favore, non ti dimenticare di noi”.

Un macigno. Una cosa banale ma che in realtà è profondissima. Perchè in un mondo dove non esiste il denaro cosa può essere usato come merce di scambio? Qualcosa di più vero. Di più potente. La memoria. Il rapporto umano. Una moneta “normale” in un mondo di “folli”.

[Tweet “Perchè in un mondo dove non esiste il denaro cosa può essere usato come merce di scambio?”]

“Per favore, non ti dimenticare di noi”.

E mi ritornano in mente i volti di quelle persone, del ragazzo che era cresciuto dentro il manicomio ma non poteva vivere nel mondo dei normali, le due signore che entravano spesso in sala da pranzo durante il mio pranzo insieme agli infermieri per prendere un bicchiere di vino per “festeggiare” la mia presenza, mi ritornano in mente quelli occhi carichi di semplicità. Di umanità.

“Per favore, non ti dimenticare di noi”.

Per un saluto. Due parole. Una passeggiata. Un abbraccio. Per il nostro tempo, l’unica vera moneta di valore che possiamo avere.

Perché la solitudine è la regina di tutti i mali.

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