L’Osservanza di Imola

“Ecco, infila il braccio, così. Bravo”.
La mia mano scivola dentro un tessuto bianco. Colore innocenza. Scorre e non trova maniche. Un tunnel infinito.
Prima un braccio poi l’altro. “Ecco fatto, adesso fermo che vado dietro”

E di colpo le braccia mi arrivano strette intorno al corpo. E sento qualcosa che tira. Proprio nella schiena. Le braccia mi schiacciano al petto, facendomi anche un po’ male, e inizio a essere a disagio: stringono, stanno in una posizione non naturale. Cerco di muovermi ma non ci riesco. Ansia. Il respiro si fa forte e inizia a essere fastidioso anche quello. Ho difficoltà a respirare. Sono impotente. Squilibrato. Inerme dentro questa camicia colore bianco innocenza.
“Riesci a immaginare come si stava in camicia di forza?”

Se prima lo immaginavo soltanto adesso posso dire di averlo vissuto. Siamo sopraffatti. Umiliati. Inutili.
A cosa servono gli sforzi se non a peggiorare le cose? Una sensazione orribile, le braccia stirate al petto come se ci stessimo stritolando da soli. Noi non siamo il nemico di noi stessi.

Mentre mi slegano mi lascio rapire da questo splendido archivio: cervelli conservati sotto formalina, un vero elettroshock posto su un mobile, strumenti, libri. E poi le fotografie. Quei ritratti dei pazienti racchiusi negli schedari. Frammenti di storia e di lacrime fra la polvere. Chi erano quelle persone? O meglio, qualcuno si ricorderà della loro esistenza? Volti, con quel bianco e nero ruvido, dannatamente reale.

“Il mondo è a colori, ma la realtà è in bianco e nero” ha detto Wim Wenders.

[Tweet “”Il mondo è a colori, ma la realtà è in bianco e nero” Wim Wenders.”]

Torno a casa con qualcosa di sconvolgente dentro il mio cuore, quell’esperienza che ho provato nell’archivio del manicomio di Imola.
E nella testa il pensiero corre. No, non voglio lasciar perdere. Lo voglio rivedere.
Passano i giorni. I mesi. Gli anni. E finalmente torna il momento di una nuova sessione.
Di nuovo ad Imola. Di nuovo l’Osservanza.

La schiera dei padiglioni proprio davanti a me e camminando vedo un grande disegno colorato su una facciata: quella era la cosa più vicina alla libertà. E mi torna in mente una storia…

disegno Osservanza
Durante la mia prima visita mi parlarono del dott. Giorgio Antonucci e della sua battaglia per la libertà dei pazienti. Di come ha aperto i padiglioni, di come ha cominciato a rivolgersi alle persone come esseri umani e non come malati senza anima. Di come ha lottato. Non contro i pazienti. Ma contro coloro che non vedono un uomo oltre il matto.
Ecco lo stigma. Quel mostro che ci fa paura. Il diverso è marchiato e non può essere visto diversamente. cambiato. Non ci sono più le danze, cala il sipario.

Mi hanno mostrato un documentario sul suo operato. Una voce calma. Sicura. E mi hanno dato il suo numero di telefono. “Contattalo”. Non ho esitato a farlo. Volevo vederlo da vicino.

Mi ha ricevuto nel suo studio, un clima di una pace graziosa e docile. Sullo sfondo libri e note di clavicembalo in sottofondo. Domenico Zipoli l’artista.Io estratto un registratore. Non volevo perdermi nessuna parola.

Mi sono seduto e abbiamo cominciato a parlare. Mi ha raccontato di come era la realtà prima del suo arrivo: persone in camicia di forza, legati al letto, prigionieri. Prigionieri di un luogo o di un concetto?

Le sue parole illuminano, mi hanno fatto riflettere molto:

“Durante il mio lavoro a Imola nessun matto mi ha picchiato. L’unica volta che sono stato picchiato è stato per mano di un infermiere. Non condivideva quello che stavo facendo”.

E ti domandi chi fosse realmente il pericoloso.

Perchè è questa forse la paura più grossa del nostro tempo: il cambiamento. Paura di fare qualcosa di diverso perchè possa sconvolgere le nostre abitudini. Ci si abitua allo stare male, perchè alla fine non fa poi così male.
Fa più male vivere. Rischiare. Cambiare. Amare. Guardare l’altra faccia della medaglia. Chiudere gli occhi e farsi guidare dalla vita.
Ci si abitua allo stare male, perchè ci fa più paura quello che possiamo trovare nel cambiamento.

[Tweet “Ci si abitua allo stare male, perchè ci fa più paura del cambiamento.”]

Antonucci ha continuato il suo racconto con una voce calma e pacata. Fiera. Quella voce che ti comunica qualcosa di grande ancora prima che la frase finisca. Quella voce che solo le grandi persone hanno. Quella voce che ti cambia quando l’ascolti. Chi è il mostro? Nessuno, io vedo solo uomini.

“Dopo aver lavorato per un periodo nei centri di Igiene Mentale a Reggio Emilia, evitando i ricoveri in manicomio, a Imola presi il reparto delle persone considerate più pericolose dagli psichiatri, all’interno trovai persone in camicia di forza da molti anni, li slegavano per pulirli poi li rilegavano. Io, per prima cosa, dopo circa un mese di tentativi, slegai tutti, e riscontrai problemi con i pazienti che si spaventavano perchè non erano più legati, problemi con gli infermieri che avevano paura dei pazienti liberi, problemi con gli amministratori perchè vedevano che le persone che ritenevano pericolose divenivano libere.
Fra queste persone ho trovato una donna ricoverata da molti anni in manicomio, una contadina dell’Emilia che, dopo aver coltivato il campo, allevato le bestie, preparato da mangiare al marito a casa, ha avuto un crollo a seguito del parto di sua figlia dovuto principalmente alla vita dura e difficile che stava affrontando. Il medico disse che non aveva nulla ma lo psichiatra la rinchiuse in manicomio. Ritenevano che fosse pericolosissima, era tenuta legata al letto e quando la slegavano, aggrediva chi aveva davanti. E‘ stata una madre fiera e forte, quando l’ho liberata ha cominciato ad incontrare la figlia. La figlia aveva 19 anni quando si sono incontrate.”

Antonucci mi ha mostrato il manicomio nudo e crudo. Quello fatta della nostra paura. Fino a dove possiamo spingerci per paura? Cosa siamo in grado di fare per non cercare di capire il diverso?
Abbiamo creato quella struttura dove rinchiudere quelle voci. Per paura. Non fa forse più paura un mondo dove tutte le voci sono uguali?

Dopo averli liberati, aver tolto i farmaci che li intossicavano, aver preso cura delle loro condizioni fisiche che purtroppo si erano compromesse a causa dei lunghi periodi di segregazione, ho pensato che giorno per giorno bisognava arricchire la loro esperienza, che era sempre stata unesperienza povera: contattai così il pittore Luca Bramanti che iniziò a dipingere e a parlare con loro. Oltre a Bramanti ho chiamato anche pianisti, pensavo che loro che erano stati rinchiusi erano stati privati di tutto e quindi devono avere tutto quello che non avevano avuto prima. In queste cose rientravano anche i viaggi, tanto che a volte se nel mio reparto autogestito veniva qualcuno lo poteva trovare vuoto, c’era soltanto uno al rispondere al telefono, eravamo tutti in giro.

Ecco quel disegno: la cosa più vicina alla libertà che ho potuto trovare qua dentro.

Entro alla ricerca di qualcosa da poter fotografare. Solitudine e Silenzio: cerco di catturarli nelle foto. In questi corridoi silenziosi mi viene in mente un lavoro fotografico di Massimo Golfieri, fotografo amico di Antonucci: un corridoio illuminato durante il giorno. Perchè illuminato se fuori c’è la luce del giorno? E‘ come se il tempo si fosse fermato: il manicomio ti cattura in una bolla dove non è mai giorno. E non è mai notte. E‘ semplicemente niente. Vuoto. Una trappola per le anime che vivono in una realtà artefatta nonostante il passare dei giorni. Fuori il mondo va avanti. Qua dentro no.

E sul pavimento trovo una foto. In bianco e nero. Un gruppo di donne. Qua i cronici venivano chiamati “incorreggibili”. Come se la loro natura fosse un errore che non potevano riparare. Un intoppo nella catena di montaggio umana. Perchè vediamo degli errori da correggere negli occhi di alcune persone?
Scatto. Non posso fare altro. Non conosco i loro nomi, le loro storie, cosa le ha riservato il futuro ma penso che il pavimento non fosse il posto adatto per quella foto.

Chi erano quelle persone? O meglio, qualcuno si ricorderà della loro esistenza? Volti, con quel bianco e nero ruvido, dannatamente reale.

“Il mondo è a colori, ma la realtà è in bianco e nero” .

Esco dal padiglione e mi fermo un attimo ad ascoltare i rumori della vita all’esterno di questo luogo. Uccellini che cantano e uomini che corrono. Non voglio perdermi l’archivio, dove anni prima mi ero provato la camicia di forza.
Purtroppo non puoi fotografarlo, dei vandali sono entrati ed hanno distrutto tutto”.

Ed in un attimo anni di sofferenza, dolore, rabbia vengono cancellati. Come la peggiore delle magie che riesce ad impacchettare una grandissima lezione di storia che il passato ha tramandato ai giorni nostri e a farla sparire per sempre. Niente. E‘ semplicemente niente. Vuoto. Come le luci accese del manicomio durante il giorno.
E mi assale la rabbia. Chi è il mostro più grande con cui dobbiamo lottare? L’ignoranza. La stessa che ha distrutto il corridoio di Racconigi. Cancellare i ricordi ed impedire al passato di raccontare la sua storia: questo distrugge l’ignoranza. Non solo una camicia o un vaso.
Abbandono questo luogo pensando al grandissimo lavoro che ha svolto Antonucci al suo interno per poter ridare la libertà agli uomini. Quella libertà che oggi ha la forma di un volatile colorato su un padiglione. Potranno distruggerne la forma, ma nessuno cancellerà mai il ricordo. Neppure l’ignoranza.

“Superamento dei manicomi significa che le persone problematiche non devono essere rinchiuse ma entrare in contatto con noi. Finchè si pensa che ci siano delle persone incapaci di pensare, perchè hanno un difetto nella testa, e bisogna decidere noi al loro posto, si continua ad agire nel senso del manicomio e non si è capito nulla di Basaglia.”

Grazie Giorgio per la tua testimonianza.

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