scritta manicomio cogoleto

Tutti quei nomi per dire “matto”

Vi siete mai chiesti quanto possa essere potente una parola? Fermatevi per un attimo a pensare.

Sono le parole che danno il nome alle cose, che hanno il potere di trasformare una cosa “buona” in una “cattiva”. Voglio scrivere un post diverso questa volta. Un articolo che parla di parole. E di come esse possono cambiare la nostra immagine di un determinato soggetto.
So che è un post difficile ma, come spesso mi ripeto, le strade semplici sono sempre quelle sbagliate.

[Tweet “le strade semplici sono sempre quelle sbagliate.”]

Questa è la ì domanda che voglio farvi: in quanti modi puoi chiamare un “matto”?

CLASSIFICAZIONE DI ANDREA VERGA


Oltre alla classica domanda perché fotografare manicomi, una di quelle più frequenti che mi viene rivolta tutte le volte che sono ospite in corsi di fotografia o presentazioni, è sicuramente:
“Conosci altri nomi che usavano per le malattie mentali?”

Tutti rimangono colpiti dalle parole AGITATO o CLAMOROSO. Conosco altri nomi? Si, ce ne sono di molti altri e per illustrarveli a voi lettori, vi cito la classificazione effettuata da Andrea Verga presente nel libro L’Ospedale dei pazzi di Roma dai papi al ‘900, Volume 2
IMBECILLITA’
IDIOZIA
CRETINISMO
MANIA e MONOMANIA
DEMENZA
PAZZIA
FRENOSI
La parola AGITATO, SUDICIO, TRANQUILLO erano usate per caratterizzare ogni singola patologia classificata.

Queste classificazioni si plasmavano in base alle persone presenti nelle strutture per avere una visione sempre più precisa del disturbo. Le parole evolvevano per creare cerchie più definite. Ma i termini AGITATO, SEMI-AGITATO, SUDICIO e TRANQUILLO, nonché obsolete, hanno caratterizzato la storia dei manicomi.
E la creazione dello stigma.
Tante definizioni per rappresentare la figura del diverso, tante parole che erano la sintesi di un solo nome. Quello che veniva usato per chiamare il pazzo: L’ALIENATO.

GLI INCORREGGIBILI e I CLAMOROSI

Queste due parole, usate rispettivamente nel manicomio d’Imola e in quello di Siena, nascondono una storia: dietro INCORREGGIBILE non si cela altro che un malato CRONICO. Una cosa che non si può correggere. Un uomo trattato come un errore. La follia come errore della normalità.

[Tweet “La follia come errore della normalità”]
E‘ una parola pesantissima, etichetta delle persone e le mette fuori dai giochi, allontanano soprattutto il loro lato umano fatto di emozioni, dolori e sentimenti. Tutto questo messo da parte perché non possiamo ripararlo.

E spostandoci nell’altra città troviamo i CLAMOROSI, la parte più dura dei pazienti manicomiali. Parola usata prevalentemente nel manicomio si Siena, indicava la parte AGITATA degli AGITATI: i peggiori dei peggiori.
Quelli che veramente non ci stavano.
A loro era destinata, come per gli incorreggibili, una sezione dedicata. Da cui non potevano fuggire. I clamorosi a Siena stavano nel padiglione CONOLLY, il panottico che ricorda più una struttura carceraria che una sanitaria. E quell’esperienza poteva segnarli per tutta la vita.

Se voleve scoprire il Conolly con un video vi consiglio di visionare REPARTO CONOLLY, spledida documentazione di Silvia Folchi e Antonio Bartoli di videodocumentazioni.it .

I RESIDUI MANICOMIALI

E poi arrivò la riforma. Il manicomio spazzavo via dalla rivoluzione culturale. La 180 riesce a mettere fine all’atrocità delle strutture manicomiali, ridando dignità al malato facendolo tornare PERSONA. Ma gli anni passano e una nuova parola viene utilizzata per identificare cosa è rimasto di quelle PERSONE: i RESIDUI MANICOMIALI

Con questa parola si indicano persone che, dopo il passato manicomio, sono state trasferite strutture psichiatriche residenziali o case di cura private. Sono quelli che erano là. All’inferno. E non possono stare fuori dalle mura.

Sono persone che scottano, delicate. Sono quelli che ricordano quella realtà, che la conoscono. Sono quelli che erano proprio là, all’inferno. L’anello di congiunzione fra il pre-riforma e il post-riforma.
Sono gli avanzi della mentalità che voleva nascondere il diverso dal normale.
Loro sono testimoni di quello che c’era. Sono la spina nel fianco della nostra paura. Sono i figli di una realtà che non esiste più. I figli di un mondo sordo, non gli hanno ascoltati da piccoli e tanto meno li ascolteranno ora.
Loro sono il RESIDUO. Gli avanzi. Le briciole.
Loro sono le briciole di un’umanità dimenticata che in silenzio sta a ricordarci cosa c’era.
E cosa non ci dovrà più essere.

[Tweet ” Loro sono le briciole di un’umanità dimenticata che in silenzio sta a ricordarci cosa c’era.”]

ABITANTI

Adesso siamo a ridosso di un’altra grande rivoluzione: la chiusura degli OPG. Quelli del fine pena mai. Quell’orrore denunciato da Marino e nell’opera di Francesco Cordio LO STATO DELLA FOLLIA.
Il residuo di un inferno simile a quello che hanno vissuto i RESIDUI cesserà di esistere il 31 marzo 2015.

Sono a un meeting sulla chiusura di questi luoghi per il passaggio alle nuove REMS, le strutture sostitutive, quando conosco lo psicologo PETER BRAUN che ci illustra il metodo adottato in Olanda per le persone che commettono reati affette da disturbo mentale: la TBS.

Ce ne sono di 2 tipi: a breve e lungo termine e la differenza non sta solamente nel numero di anni.
Ma nel linguaggio. Nelle parole.
Si, perché sono proprio quelle che hanno il potere di trasformare una cosa “buona” in una “cattiva”.

La TBS a breve termine è un percorso che deve affrontare la persona affetta da disagio mentale che ha commesso un crimine che dura generalmente pochi anni, mentre quella a lungo termine riguarda le persone che hanno un reinserimento più lungo e difficile.
Varia negli anni. Varia nel luogo. Varia soprattutto nelle parole: perché se nella TBS normale viene utilizzata la parola CELLA in quella a lungo termine viene chiamata STANZA.
I TERAPISTI diventano DIPENDENTI.
La TERAPIA diventa LAVORO.
I PAZIENTI diventano ABITANTI.
Parole diverse creano significati diversi. Creano risultati diversi.
In una mail che mi sono scambiato con il Dott. Braun mi ha raccontato come è nato questo lavoro sulle parole: tutto grazie alla frase DA VICINO NESSUNO E’ NORMALE.
Era in visita a Trieste negli anni 80, poco dopo la morte di Basaglia, e quella scritta gli fece capire che bisognava lavorare sulle parole.
DA VICINO NESSUNO E’ NORMALE.
La frase simbolo di un movimento culturale.

[Tweet “Da vicino nessuno è normale: un messaggio sempre attuale.”]

Questa frase ispirò Braun a tal punto da focalizzarsi sulle parole: DA VICINO NESSUNO E’ NORMALE vuole farci intende che, dentro di noi, abbiamo tutti la nostra storia che ci rende PARTICOLARI, BIZZARRI, UNICI.
Quindi utilizzando altre parole al posto di PAZZO si possono avere risultati diversi: cambiando i termini cambiano allo stesso tempo anche le prospettive che ci comunicano.
Perché è proprio vero, se guardati da vicino, ognuno di noi ha una sua “follia”.

Tutti. Proprio tutti.

«Io ho detto che non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. E‘ una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società riconosce la follia come parte della ragione, e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una scienza che si incarica di eliminarla. Il manicomio ha la sua ragione di essere, perché fa diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come sciogliere questo nodo, superare la follia istituzionale e riconoscere la follia là dove essa ha origine, come dire, nella vita.»
Franco Basaglia, Conferenze Brasiliane – 1979

Questo è il vero potere delle parole.
Quelle che riescono a trasformare il Buono in Cattivo, Il Bello in Brutto. Che trasformano i particolari in follie.
Sono quelle che ci dimentichiamo di usare di fronte a questi sinonimi che ho elencato.

Tanti modi per etichettare e stigmatizzare quello che potrebbe essere detto veramente con una sola parola: PERSONE.

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