opg reggio emilia

Il manicomio criminale di Reggio Emilia

Fuori c’è l’inverno. Quello freddo. Piovoso. Malinconico. Il treno viaggia incessante: destinazione ex OPG di Reggio Emilia. Il vecchio manicomio criminale.

Mi piace molto fotografare d’inverno: il cielo è spesso nuvoloso e la luce che entra in questi luoghi sembra attraversare un pannello diffusore. Soffice e delicata. La morbidezza dell’inverno.

Viaggio a mente libera, sgombra. Non voglio immaginare cosa possa trovare al suo interno. Questo è la mia prima sessione dentro un manicomio criminale. Perché questo è uno dei pochi che è stato chiuso.

Arrivo alla stazione e l’inverno mi accoglie con la pioggia. Come se il cielo percepisse il luogo. Mi incammino senza darci molto peso fino a che non me lo trovo davanti. Potente e freddo. Come l’inverno che è sopra di me.
Dentro la mia guida mi aspetta e mi presenta le altre persone che sono presenti: da un lato una televisione locale, dall’altra 3 fotografi indipendenti. Siamo una squadra. Questo clima umano scalda l’ambiente.
Reggio ha dimostrato coraggio ad aprire questo luogo al pubblico, anche se questo complesso è solo il capitolo precedente nella storia degli OPG: questa è la “vecchia” struttura. Perché purtroppo ne esiste anche una “nuova” dove sono stati trasferiti gli ospiti.
Fino al 31 Marzo 2015.
Giorno della loro chiusura definitiva.
La macchia che si è protratta dopo la 180.

[Tweet “31 Marzo 2015: cancelliamo la macchia degli OPG”]

Corridoi vuoti con il soffitto ad arco. Stanze minime. Essenziali. Con il bagno. Percezione di reclusione totale. Non sarà forse troppo? Scatto. Pareti con quei colori desaturati. Piastrelle con colori scarichi. Le storie dei personaggi che hanno popolato questi luoghi sono scomparse. Mi muovo lentamente fra i corridoi bui ma non riesco a trovare nessuna traccia di uomini. Come se nessuno avesse mai popolato questo luogo. Non sarà forse troppo cancellare queste persone anche dalla memoria? Nessun segno. Esistenze effimere.

E
poi all’improvviso lei. L’inverno viene contrastato da quella porta. Lo scatto più forte di questo luogo. La porta con la feritoia aperta. La fine del territorio medico e l’inizio di quello carcerario. La porta di un bianco maestoso illuminata da una finestra aperta poco sopra di lei, alla nostra destra. Il corridoio che ci conduce a quell’ingresso è stretto. Quasi ci soffoca. Quelle pareti così vicine ci tolgono il fiato. Scatto, non posso fare altrimenti. E non riesco a toglierle gli occhi di dosso. Quella porta mi ha catturato. Una bocca che ingoia le speranze e i sogni.
E intorno a lei una striscia di giallo desaturato. Il colore creativo per eccellenza usato in un manicomio criminale. Il suo colore istituzionale. Come il verde per i manicomi.
Claustrofobia visiva.

[Tweet “Le celle degli OPG che ingoiano sogni e speranze”]

E poi ancora celle. Ancora spioncini. Ancora giallo. Ancora sbarre.Tutto sembra così uguale. Tutto è così terribile e freddo. Immagini di poster sul muro. Strappati dal tempo. Ecco gli unici segni di quello che rimane delle persone. Poster strappati. Scrigni di memorie che hanno smesso di mostrarsi perché non c’è più nessuno a cui possono tenere vivi i ricordi.

Scendiamo sotto. Nelle celle sotterranee. Nell’inferno. A volte bisogna vederlo l’infermo per capire quello che c’è fuori. Bisogna scendere dentro per capire il buio della ragione. L’abisso dell’uomo.
Quel sotterraneo è la fossa della razionalità. Davanti a me un muro di buio. Nero. Impenetrabile.
Camminino lentamente fino a che non riesco a vedere più niente.
Torno dagli altri e vedo che il cameraman della televisione locale accende un faretto per illuminare questo corridoio.
Io piazzo la macchina sul cavalletto e provo a scattare.
Ma niente. Quel faretto non ha la forza necessaria. La luce non è sufficiente per Illuminare il buio di questo luogo. Una metafora. Non basta una sola luce per cancellare anni di buio dai nostri occhi.

[Tweet “Non basta una sola luce per cancellare anni di buio dai nostri occhi.”]
Provo nuovamente ma purtroppo il risultato è lo stesso.
Davanti a me un muro di buio. Nero. Impenetrabile.
Anche per la macchina fotografica.

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