luigina e mario voghera

Come i “matti” ci insegnano l’amore

Oggi voglio raccontarti una storia, un piccolo gioiello che ho scoperto nel manicomio di Voghera.
Una storia unica nel suo genere che non può fare altro che aprirci gli occhi e il cuore.

Durante una sessione di scatti nello splendido manicomio lombardo, mi accompagnano dentro una stanza vicino all’area della rotonda.
Composizione classica: polvere, finestra con sotto un termosifone di fronte alla porta di ingresso, due vecchi tavoli sul lato destro e un vecchio divano color marrone sul lato opposto, pareti colorate per metà di bianco e per l’altra metà di senape spento. Senza calore. Stanza color solitudine.
E sulla porta di ingresso, una curiosa raffigurazione di un volatile con due nomi: Luigina e Mario. Caratteri bianchi dentro un cuore rosso.

Scatto, anche se apparentemente non trovo qualcosa di interessante dentro questo piccolo locale. Cosa avrà di così importante questa piccola stanza? Perché mi hanno accompagnato a vederla?

“In questa stanza ci stavano Luigina e Mario…”

Ecco la frase con cui comincia questa storia. Anzi, questa lezione di vita.


Luigina e Mario erano due pazienti dell’ex manicomio di Voghera, hanno visto e vissuto momenti drammatici, dolorosi. Hanno sentito sulla propria pelle il peso della disperazione, delle grida degli altri pazienti. Spettatori involontari del teatro degli esclusi.

Ma questo non è stato abbastanza. Nel posto più impensabile due anime si incontrano, si guardano e qualcosa di magico avvale. Si perché il dolore, per quanto possa essere grande, non può competere con l’amore.

Sfidando lo stigma e il pregiudizio e seguendo soltanto la voce del loro cuore, Luigina e Mario iniziano la loro relazione. Poi, per effetto della riforma, la legge 180, il luogo dove è nata la loro relazione inizia sistematicamente a perdere persone, fino al punto di essere completamente vuoto. Silenzio. Il mostro del manicomio aveva perso tutti i suoi pezzi.

Anche loro furono poi trasferiti ma non potevano rinunciare al luogo dove era nato il loro amore: in quei corridoi graffiati dalle grida di dolore c’è ancora nascosto il ricordo dei loro primi sguardi. Il battito dei loro cuori si era mischiato con i centinaia di passi che sono stati percorsi in quei corridoi.

E non potevano dimenticare. Noi non dobbiamo dimenticare da dove siamo venuti, non possiamo dimenticare quell’attimo in cui in mondo si è fermato di fronte agli occhi della donna della nostra vita. Non possiamo dimenticare il giorno in cui le grida sono state silenziate dal battito del cuore. Quello che sale dallo stomaco. Quello che non si ferma. Per nessun motivo.
Perché se nelle pareti può essere intrappolata la sofferenza, nell’aria può essere diffusa la meraviglia.

Luigina e Mario ottennero le chiavi della struttura per poterci tornare a loro piacere. E quella stanza era il luogo dove passavano una parte del loro tempo.

Ma la loro relazione andò ancora più avanti: decisero di sposarsi.

E mi raccontarono che fu una festa bellissima, buffa, leggera.

Questa storia mi lascia letteralmente a bocca aperta, non mi posso trattenere:

“voglio conoscerli, possiamo organizzare un incontro?”

“Troppo tardi Giacomo” mi gela la risposta.
“Purtroppo sono entrambe deceduti, sei arrivato troppo tardi”.

La macchina fotografica diventa pesante e quella stanza acquista toni differenti: cosa cerchiamo noi nella vita? Cosa cercano nella loro vita quelli al di là del muro manicomiale, quelli definiti normali? Non riesco a non emozionarmi e per un attimo mi fermo a pensare: Luigina e Mario mi hanno insegnato che bisogna avere coraggio.

[Tweet ” I “matti” mi hanno insegnato che bisogna aver coraggio.”]

Coraggio nel vedere oltre quello che abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni, che anche nel luogo peggiore del mondo si può nascondere qualcosa di magico capace di farci vibrare l’anima. Perchè la vita ci stupisce, sempre. Anche se crediamo di essere intrappolati dentro il macabro, la Vita riesce sempre a sorprenderci e a farci capire che quello è proprio il nostro momento. Indipendentemente e nonostante.

Abbasso la macchina fotografica e provo ad immaginare la meraviglia. Questa è la lezione più meravigliosa che possa ricevere da questa storia: la bellezza è intorno a noi, sempre. C’è sempre stata e sempre ci sarà. La dobbiamo vivere negli sguardi, nelle attese, nelle parole che non escono dalla gola. La meraviglia sta in tutte quelle cose che ci diciamo mentre ci guardiamo in silenzio negli occhi. Sta nel combattere il pregiudizio con il sorriso.

Costruire un percorso fatto di cose indimenticabili: perché le cose non posso apparire meravigliose solo a chi non ha il coraggio di abbandonarsi all’emozione, perché l’Amore non è altro che abbandonarsi contemporaneamente all’altro, con la certezza che nessuno cada.
E tutte le volte che ci abbandoniamo agli altri, compiamo un atto di grande coraggio.

Così i “matti” mi hanno insegnato che è grazie alle cose semplici che rendiamo la nostra vita ricca. Che un ricordo splendido può trasformare qualsiasi luogo oscuro in una dimora raggiante.

I “matti” mi hanno insegnato che l’amore esiste. Che è davanti a noi. Indipendentemente da dove ci troviamo.
E che aspetta solo di essere raccolto con le nostre mani.

Prima pubblicazione: 14 Feb, 2015
Revisione: 14 Feb, 2019

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11 commenti su “Come i “matti” ci insegnano l’amore”

  1. Grazie di cuore Francesco per quello che hai scritto.

    E’ un racconto molto forte e per me era importante condividerlo. Certi gesti non vanno assolutamente dimenticati.

    Grazie della lettura e a presto

  2. Caro Giacomo,
    ho visitato molti luoghi con tracce di vita oramai scomparse,
    allo scoprire le storie di queste vite, raccontate da chi è ancora in vita, mi sono accorto anche io che la fotocamera in quel momento era diventata ingombrante e scottante tanto da non poterla neanche guardare, con il bisogno di rispettare il momento e riporla via come un attrezzo usato e non più utile.
    In realtà lo strumento ha fatto esattamente il suo lavoro, documentando l’ultimo drappo fisicamente, per poco ancora, esistente. La fotografia raccolta diventa la superficie funzionale per raccontare proprio come hai fatto tu.
    Il tuo modo di raccontare su queste immagini è veramente ricco e completo, tanto da stimolare un continuo e sempre maggiore impegno nel fare fotografia, di qualsiasi genere.
    Impegnarsi nei contenuti non solo nelle immagini, una cultura completa.

  3. Ciai Giuseppe, grazie veramente si cuore per le bellissime parole che hai scritto.

    Condivido pienamente quello che dici: bisogna impegnarsi nei contenuti. Sono i contenuti il valore aggiunto. Sono i contenuti quello che trasformano un’immagine in una storia.

    Grazie per il commento è a presto.

  4. cazzate i matti sono matti e vanno rinchiusi pora troia l’italia e stata l’unica a chiudere i manicomi dopodiche due anni dopo intervenne la riforma a livello internazionale.ma via

  5. Ciao ff22,
    innanzitutto grazie per la lettura 🙂 purtroppo non conosco molto sulla storia dei due innamorati di Voghera, quindi non saprei fornirti altre informazioni oltre a quello che hai appena letto. L’essere in manicomio non è da considerarsi sempre sinonimo di follia e, soprattutto, follia non deve essere inteso come sinonimo di violenza. E’ il gesto che hanno compiuto che ci deve far riflettere. Che nonostante la reclusione siano riusciti a vedere qualcosa di “più” oltre lo stigma.

    Piacere di averti conosciuto, a presto.

  6. piacere mio.si capisco ma qui si parla della bellezza e della pace dei luoghi abbandonati non si sa perché abbiano abbandonati proprio i manicomi e ancora un mistero che si cela dietro il capitalismo assoluto totalitario prima di tutto perche i pazzi costano.in piu adesso e lo stigma sociale ad opprimere i piu gravi e il resto che sono tutyi fuori allo stato brado io gli uccidereii tutti..alcuni molti ci marciano su queste loro cose per arrivare ad altro.

  7. Caro Giacomo
    una testimonianza molto delicata e struggente. Grazie per la tua disponibilità a condividere queste storie dolorose ma anche dolci e amorevoli con chi ti segue. Un caro saluto Anna

  8. Dentro questi luoghi che ho fotografato ho scoperto storie incredibili, di grande e semplice umanità. Di quella che ti fanno riscoprire l’importanza delle cose essenziali della vita. Di quelle che ti fanno capire l’importanza di un sorriso.
    Condividerle è il minimo che possa fare per tenere in vita quei momenti. Queste storie. Queste persone.
    E se le fotografie sono il corpo della narrazione, questi racconti possono essere l’anima.
    Grazie per la lettura Anna e a presto.

  9. La tua capacità di raccontare va oltre le immagini e oltre le parole, traspare una forte sensibiltà e una grande intelligenza, hai la capacità di scaldare il cuore e aprire le menti e soprattutto fai venire tanta voglia di approfondire questi argomenti. Grazie per il coraggio la forza e la delicatezza che hai.

  10. Grazie infinite a te Francesca per queste meravigliose parole, mi riempie il cuore di entusiasmo leggere quello che mi hai scritto.
    Quando scoprii la storia di Luigina e Mario pensai subito che la loro storia sarebbe stata qualcosa di meraviglioso da raccontare: ricordo che ne rimasi rapito, commosso, meravigliato.
    Ma sono proprio queste le storie che dobbiamo condividere, quelle he ci fanno battere il cuore, quelle che contengono una lezione di vita che abbiamo bisogno di ascoltare per renderci conto di quanto coraggio abbiamo a disposizione.
    Storie di riscatto e rivoluzione che rimangono vive nel tempo.
    Perché la “semplicità” è sempre la cosa più difficile da fare: l’amore supera tutte le barriere e per rimanere eterno richiede sforzi, coraggio, pazienza e dedizione. Luigina e Mario lo sapevano. E la loro storia è qua per non farcelo dimenticare.

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