manicomio cogoleto

Oltre le mura del manicomio di Cogoleto

Suona la sveglia. Sono le 4:00. Fuori è buio, la città dorme. Io non sento il sonno, l’adrenalina di vedere quel luogo è troppo alta.

Sono in piedi, pronto, destinazione Cogoleto: il manicomio più grande d’Italia.

Salgo sul treno e quando stanno per uscire le prime luci dell’alba mi affaccio dal finestrino a vedere l’Italia che si alza, fatta di umiltà ed energia, guardo le strade ancora non affollate di macchine, guardo il mare ligure. Meraviglioso.

Arrivo a Cogoleto, ridente e fresca cittadina marittima, e mi dirigo verso Pratozanino, la località del manicomio, ad aspettare la mia guida.

L’attesa è brevissima, nel giro di 5 minuti la vedo arrivare: “Niente foto per ora, adesso ti devo far vedere una scena da manicomio”.
Questa è stata la sua prima frase. Rimango impietrito. Cosa mi devo aspettare?

Entro a piedi nell’unico padiglione ancora “attivo” ospitato da una buona parte di persone che vi risiedono da prima della legge 180, persone che hanno vissuto il cambiamento ma che non hanno avuto la possibilità di partecipare.
Li trovo tutti in fila, distribuivano le sigarette, è questa la scena da manicomio. Mi ha colpito il suo clima disteso. Rilassato.

Un clima normale.

Gli chiamano residui manicomiali ma sono persone. Fatte di anima e di corpo.
Intrappolate nel tempo.

[Tweet “Chi proteggono le mura del manicomio di Cogoleto?”]

Rimango colpito da un uomo. Scaltro e sciolto. Rimango colpito dalla naturalezza dei suoi movimenti.
Finita la distribuzione di sigarette chiedo alla guida chi fosse e mi indica una vecchia foto in bianco e nero su uno scaffale.

“Vedi, quella persona è questo bambino qua. Fu abbandonato dalla famiglia.”

Abbandonato dalla famiglia. Cresciuto in manicomio.

Residuo manicomiale? No, persona di anima e corpo.

La mia guida mi racconta alcuni particolari della sua storia. Mi racconta delle volte che usciva dalla struttura per andare in città e poi, tranquillamente, ritornare. Mi racconta di quando aveva trovato lavoro.

Ed è questo il punto agghiacciante: durante la sua esperienza lavorativa fu pesantemente sfruttato. Solo perchè non conosceva la malizia dei “normali”. Solo per essere ingenuo. Lui che si fidava di quelli che stavano oltre le mura.

Gli infermieri di questa piccola struttura di Cogoleto furono costretti ad allontanarlo dal posto di lavoro e riprenderlo con sè.
Non era pronto per gli sciacalli del mondo. Non era pronto per vivere oltre le mura.

Dopo questa storia mi domando cosa è rimasto a queste persone dell’anima che c’è dentro il loro corpo? Cosa è rimasto di umano? Chi ha il coraggio di fare la parte del “buono” e del “cattivo”? Del “Normale e del “Folle”? Di quello che sta dentro e di quello che sta fuori?

E guardando la sterminata struttura del manicomio di Cogoleto mi domando: quale delle due parti è protetta dalle mura del manicomio?

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2 commenti su “Oltre le mura del manicomio di Cogoleto”

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