Dietro lo scatto: il graffito del manicomio di Volterra

Dopo l’introduzione all’archeologia sanitaria fatta nel precedente post, voglio dedicare quest’articolo alla storia che si cela dietro uno scatto. La storia crea il racconto delle nostre foto e in questo genere fotografico è ancora più importante perchè rende reale la testimonianza del passaggio dell’uomo. Ma passiamo ad un esempio pratico:

[Tweet “Inserire la storia nelle vostre foto racconterà al meglio quello che vedete”]

Guardate la foto del graffito qua in alto:

  • Chi non conosce la storia lo vede come un semplice graffito su un muro.
  • Chi conosce un pò di storia sa che quel graffito è opera di un paziente dell’ex manicomio di Volterra interamente fatto con la fibbia del suo panciotto per la lunghezza di 180 mt.
  • Adesso inseriamo il particolare, l’elemento chiave di lettura di questa foto, nutriamola di storia: è vero che il graffito è stato realizzato dal paziente, ma c’è dell’altro oltre alla sua opera. Guardate bene questa immagine, in basso si trovano due spazi ovali vuoti, senza graffito. Perchè? Quei 2 spazi vuoti sono sopra una panchina dove le infermiere facevano sedere i pazienti catatoniciNOF, l’autore del graffito, quando arrivava a scrivere in prossimità di queste persone, gli girava intorno alla testa, dal momento che loro non potevano muoversi. Quello spazio vuoto era quello occupato dalla loro testa.
Immagino che adesso starete guardando la foto con un occhio diverso. Tutto questo grazie alla storia. Questo particolare l’ho scoperto durante una mostra a Prato dedicata al Graffito di Nof, dopo che avevo scattato la foto. La storia che c’è dietro è riuscita a dare una forma diversa alla foto, l’ha completata. Ed è per questo che ripeto che è importante per questo genere di fotografia e che la documentazione rende le nostre immagini complete.
Io l’ho scoperto in questo modo.

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3 commenti su “Dietro lo scatto: il graffito del manicomio di Volterra”

  1. È fantastico! In questa testimonianza storica, diventa quasi più importante quello che non c’è, che quasi predomina quello che l’autore voleva testimoniare.
    Inconsapevolmente ci ha raccontato molto di più di quanto volesse fare. E tu, con la sensibilità che ti contraddistingue e che ormai sto imparando ad apprezzare sempre di più, l’hai reso indelebile.
    Sempre grazie

    Rispondi

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